Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 7:50
C’è un’Italia che non appare nelle aule di giustizia ma che si consuma, ogni giorno, dentro i gruppi Facebook. Pagine dai nomi apparentemente innocui – come “Mia moglie” o “Ex moglie pazza” – diventano spazi in cui si riversa rancore, si costruiscono narrazioni unilaterali, si denigrano persone precise.
Qui, il linguaggio non è mai neutro: si alimentano stereotipi sessisti, si pubblicano foto, si insinuano accuse che, nella logica virale della rete, si trasformano in verità incontestabili.
Il punto è che, da un punto di vista processuale penale, questa non è solo sociologia digitale: è giuridicamente rilevante. Ogni volta che il nome, il volto, la vita privata di una persona vengono esposti in un contesto denigratorio, si configurano ipotesi di diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità (art. 595, comma 3 c.p.), che la giurisprudenza della Cassazione considera pacificamente applicabile ai social network.












