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Ultimo aggiornamento: 12:29
In giro per l’Italia per formazioni, dibattiti, incontri, presentazioni di libri mi capita spesso di affrontare lo sgomento, la stanchezza, la paura e l’impotenza nelle domande di donne e uomini di varie età che incontro: cosa abbiamo sbagliato? (chiedono le generazioni più anziane); come faremo a uscire dalla violenza sempre più pervasiva? (chiedono le generazioni più giovani); cambiare si può ancora, e con quali strumenti? (chiedono entrambe).
Le notti di una donna che ragiona sono piene di incubi, scriveva Adrienne Rich. Ogni anno, allo scoccare del 25 novembre, si prova la disperazione della penosa conta delle donne uccise in ambito familiare, e cresce la preoccupazione per la normalizzazione della violenza maschile nella società: per l’assuefazione al linguaggio da trivio e disumanizzante, nel discorso pubblico, privato e online; per l’abitudine a sopportare comportamenti prevaricatori intesi ormai come abitudini consolidate, per la sottovalutazione, in famiglia, a scuola e nel mondo del lavoro, della crescente pornografizzazione di ogni aspetto della vita pubblica e privata.
Cosa muove, che cosa autorizza migliaia di uomini considerati ‘normali’ a dare in pasto online le immagini non autorizzate dei corpi delle loro fidanzate, moglie, amiche e persino figlie, per ‘divertimento’, come fosse ovvio fare mercato dei corpi delle congiunte? Perché una donna ogni tre giorni in Italia viene uccisa da un uomo della sua cerchia affettiva? Tutti deviati predatori clinicamente malati? Troppo semplice: questa è una giustificazione che ci allontana dalla responsabilità, individuale e collettiva, ed espelle il problema fuor da noi. Chi uccide e stupra è un pazzo, è uno straniero, è un animale, non è come me. Non mi riguarda. Io no.







