Alla fine, la Commissione ha assecondato la richiesta di Giorgia Meloni di avere flessibilità per finanziarie i costi dell’energia. Fino a pochi giorni fa, la domanda italiana di consentire l’uso della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità non solo per le spese della difesa, ma anche per quelle legate alla crisi energetica, era stata rispedita al mittente. Ieri, repentinamente, è stata accolta. Non è proprio quello che chiedeva il governo italiano ed è più quel che chiedeva il governo spagnolo, ma nella sostanza politica poco cambia. A cambiare sono dettagli tecnici certo non marginali, ma Meloni può ben dire all’opinione pubblica interna di aver portato Ursula von der Leyen dalla parte delle sue ragioni. I governi nazionali, se vorranno, potranno spendere più di quanto consentirebbe il Patto di stabilità, con un limite massimo che per l’Italia è di quasi 14 miliardi di euro in tre anni. Con questi soldi, che – va ripetuto continuamente – significano extra-deficit, si potranno finanziare solo spese legate alla transizione energetica. “Solo” si fa per dire: con la stessa scusa, il famigerato superbonus ha finanziato la facciata dei bei palazzi nelle ztl, per intenderci. Quindi, se è vero – come è stato subito precisato – che questa flessibilità non consente di rinnovare il taglio delle accise sulla benzina, perché la benzina non è green, è sbagliato credere che non potrà essere usata per sussidi e agevolazioni spicciole. La probabilità che questi soldi – che vanno recuperati a debito – siano utilizzati al meglio è alta, se i precedenti insegnano qualcosa. Nella migliore delle ipotesi, serviranno a coprire parte del fabbisogno nascente dalla legge sul nucleare di nuova generazione, ieri approvata in prima lettura alla Camera. I tempi legislativi sembrano improbabili, ma se così fosse sarebbe una spesa per investimento nella transizione e nella diversificazione energetica, senza tuttavia rispondere alla necessità avvertita dal governo di sostenere i consumi di imprese e famiglie. Meloni e il suo governo potrebbero a quel punto liberare un po’ delle risorse che erano state previste a copertura del nucleare, magari per coprire costi non giustificabili da questa specifica flessibilità. In questo modo potrebbero vantare due volte di aver portato von der Leyen dove Dombrovskis non sembrava voler andare. Tutto bene, madama la marchesa? Non proprio, e non solo per i soliti motivi: spesa pubblica difficile da gestire, da ottimizzare e da ridurre, mentre proprio di questo avrebbe bisogno l’economia italiana. Ad essi si aggiunge una ragione più profonda che riguarda l’Europa. Quella che viene chiamata flessibilità può divenire una crescente indulgenza verso l’azzardo morale con cui i governi nazionali maneggiano le risorse pubbliche. Il Patto di stabilità è stato riformato per garantire condizioni di manovra in qualche modo gestite e prevedibili. L’idea era che fosse preferibile una flessibilità esplicita che regole austere sulla carta e aggirate di fatto. L’esito del negoziato per le spese nazionali sull’energia conferma invece il sospetto di una Commissione disposta a venire incontro piuttosto che controllare, di fatto abbassando quella soglia di attenzione sui bilanci che è lo strumento principale di stabilità dell’eurozona. Il messaggio che arriva alle capitali è insidioso, perché la buona negoziazione si confonde con la contrattazione politica, le cui ragioni non necessariamente hanno a che fare con l’interesse delle persone e delle imprese. Più che flessibilità di bilancio, questa è incertezza politica. Ora che l’Unione si appresta ad approvare il nuovo quadro finanziario, il rischio principale è che la concessione appena ottenuta non sia l’eccezione, ma la prova generale di una nuova politica economica europea. Nella proposta di bilancio pluriennale, la Commissione chiede infatti un aumento della spesa del 32%, al netto del costo del rimborso del debito generato dai PNRR nazionali. Maggior spesa vuol dire più politica, e più politica a sua volta pretende più spesa. Che l’Unione — o meglio la Commissione — voglia accrescere il proprio peso politico, e con esso il proprio ruolo, è legittimo e per molti auspicabile. Il problema non è la direzione, ma il metodo. Perché arrivarci dalla coda — accumulando eccezioni come quella appena strappata dall’Italia o espandendo il peso fiscale senza una corrispondente modifica istituzionale — significa far crescere il potere prima e al di fuori delle regole che dovrebbero legittimarlo. Un recente studio del centro di ricerca Epicenter, dal titolo An alternative EU Budget, ha valutato analiticamente la coerenza della spesa e delle entrate proposte nel nuovo quadro rispetto agli obiettivi dell’Unione. Ne conclude che, pur comprensibili sul piano politico, le ragioni di un bilancio UE allargato non sono coerenti con la logica fondante dell’Unione, che – almeno nei Trattati – non è cambiata. E questo, più che un problema di bilancio, è un problema democratico.

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Soddisfazione da parte dell'Italia

Accolta la richiesta italiana da parte della Commissione europea

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1 minuto per la lettura ROMA (ITALPRESS) – “La Commissione europea ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica e…