La buona notizia è che, a quanto pare, la Commissione europea offrirà a breve al governo Meloni qualche ragione per esultare, per intonare un piccolo hip hip urrà intorno a una richiesta ambiziosa, presentata due settimane fa a Ursula von der Leyen: poter estendere la clausola di salvaguardia prevista per le spese in Difesa e sicurezza ad alcuni interventi urgenti per fare i conti con la crisi energetica nazionale. In sostanza: si può spendere qualcosa in più, sull’energia, considerando il fatto che oggi spendere in energia non è solo un tema economico, è prima di tutto un tema legato alla sicurezza e alla Difesa nazionale. Politicamente, è un successo per il governo Meloni, il primo dopo la scoppola referendaria, ma dietro al successo si nasconde una sfida, difficile, che arriva dall’Europa e che riguarda tanto il governo nazionale quanto i governi locali.Diversi giornali ieri hanno dato conto del fatto che l’aiuto della Commissione non avverrà in modalità bancomat ma sarà legato a un obiettivo: la decarbonizzazione e l’efficientamento energetico. Dunque, traduzione, niente sostegno alle politiche nazionali per calmierare le accise, che altro non sono che politiche temporanee, e sostegno invece alle iniziative volte al rafforzamento dei processi legati all’implementazione delle rinnovabili. La notizia, se confermata, non può che rallegrare: qualche soldo in più sull’energia senza sfidare l’Europa con improbabili scostamenti di bilancio. Si fa insieme, non si fa da soli. Tutto bene, dunque, se non fosse per il fatto che quando l’Europa offre ai paesi membri, come l’Italia, la possibilità di usare soldi con qualche vincolo, quei vincoli diventano regolarmente lo specchio in cui i partiti vedono riflessi i vizi della propria classe dirigente e anche i vizi del proprio paese. Si chiede spesso all’Europa di fare di più, ma quando l’Europa fa di più ci si accorge regolarmente che il problema non è che l’Europa fa troppo poco per l’Italia: è che l’Italia spesso non riesce a fare abbastanza per se stessa.Nel caso specifico, quando si parla di decarbonizzazione e dunque di rinnovabili, il dramma dell’Italia è che quello che si potrebbe fare non viene fatto, spesso, a causa di un collo di bottiglia creato non dall’Europa ma dalla nostra politica. Ieri, sul dorso locale del Corriere della Sera, edizione Torino, il presidente dei Giovani di Confindustria di Torino, Federico Sandrone, ha raccontato un caso incredibile che riguarda la sua regione, e non solo la sua. Sandrone dice che tutti in Italia, a destra e a sinistra, riempiono i convegni di parole sagge su quanto sia importante puntare sulle rinnovabili, ma pochi ricordano che il vero ostacolo alla transizione energetica italiana non è la mancanza di tecnologia, né la mancanza di capitali, né la mancanza di volontà delle imprese: è la burocrazia. Il presidente dei Giovani di Confindustria Torino descrive un paese che avrebbe bisogno di più energia – per industria, data center, intelligenza artificiale, climatizzazione – ma che tiene fermi migliaia di progetti per le rinnovabili in autorizzazioni infinite, richieste inutili, pareri incomprensibili, ricorsi e allacciamenti rinviati. In Piemonte, dice, ci sono circa 800 permessi bloccati o rallentati, su 4 mila a livello italiano, e di fronte a questo dramma industriale gli imprenditori non chiedono nuovi incentivi. Chiedono tempi certi, regole semplici, uffici capaci di decidere. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, la scorsa settimana ha quantificato in 4 mila il numero di permessi bloccati, con 85 GW installati, 50 GW ancora da realizzare entro quattro anni, secondo quanto previsto dal Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) inviato a Bruxelles dall’Italia, che prevede per il 2030 circa 131 GW di potenza rinnovabile installata, e con un terzo di quanto installato non ancora allacciato alla rete. Ovviamente, non tutti gli impianti proposti sono buoni, molti non stanno in piedi, altri si sovrappongono, e sarebbe sbagliato dire che in Italia non si producono rinnovabili: se ne fanno, e ormai i numeri degli impianti realizzati sono alti. Il punto è che se ne realizzano meno di quanti ne servirebbero, con tempi troppo lenti rispetto alla crescita della domanda elettrica e con una rete che fatica ad assorbire e distribuire l’energia prodotta. E se si pensa al fatto che ad aprile 2026 il prezzo medio dell’elettricità all’ingrosso in Italia era 119,47 euro per MWh, contro 78,52 euro per MWh in Germania e 39,80 euro per MWh in Francia, un divario che al dettaglio si attenua ma non scompare, si capirà perché sbloccare le rinnovabili e la rete non è ambientalismo astratto, in questo caso, ma è un caso concreto di politica industriale.Il dato paradossale, come hanno notato ieri Luciano Capone e Carlo Stagnaro sul Foglio, è che uno degli ostacoli all’implementazione delle rinnovabili si trova anche nelle forze politiche che ambiscono a governare l’Italia più che in quelle che la governano oggi, e che della retorica vuota sulla decarbonizzazione riempiono i convegni e i programmi elettorali. Il 21 giugno 2024, come ricorderete, è stato emanato un decreto che ha chiesto alle regioni di individuare le aree idonee per le rinnovabili entro sei mesi. Chi si trova a metà strada con piani, consultazioni o percorsi amministrativi aperti ma non ancora arrivati a un quadro stabile, sono Piemonte, Puglia, Molise, Toscana, Liguria, Marche e Campania. Chi si trova più indietro sono Sicilia, Calabria, Basilicata, Lazio e Veneto. Tra le regioni che hanno già approvato una legge o sono vicine al traguardo normativo si trovano Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Sardegna, Umbria e Valle d’Aosta, ma anche tra chi ha approvato una legge ci sono paradossi niente male: la Sardegna, governata dal centrosinistra con un governatore espressione del M5s, ha approvato una legge sulle aree idonee che, di fatto, avrebbe escluso il 99 per cento del territorio della regione dalle aree utilizzabili per le rinnovabili.Il governo nazionale ha fatto ricorso contro la Sardegna, ottenendo dalla Corte costituzionale la censura di parti della legge, e lo stallo chissà quando si risolverà. A proposito di politica della palla in tribuna: Legambiente segnala da mesi 88 progetti in attesa del parere del ministero della Cultura o degli enti regionali. L’Europa, con l’assist che offrirà all’Italia sulle spese energetiche, aiuterà il governo e il nostro paese a trovare soluzioni per tamponare la crisi energetica. Ma come spesso capita quando un problema arriva in Europa e l’Europa indica la soluzione per risolverlo, anche sull’energia vale un tema generale che ha a che fare con la risoluzione dei guai del nostro paese. A destra la lezione è semplice: prima ancora di chiederci cosa possa fare l’Europa per noi, varrebbe forse la pena di chiedersi cosa può fare l’Italia per se stessa. A sinistra la lezione è ancora più dirompente: prima ancora di chiedersi cosa dovrebbe fare un governo di destra per risolvere i problemi energetici, varrebbe forse la pena di chiedersi cosa sta facendo per se stessa la sinistra al fine di aiutare a risolvere problemi che spesso contribuisce a creare quando si ritrova a governare. L’Europa aiuterà l’Italia a usare più soldi per l’energia. Se l’Italia volesse spenderli davvero per aiutare i cittadini più che giocare al ping pong delle responsabilità potrebbe mettere da parte le appartenenze, discutere insieme, disarmare il conflitto e provare per una volta a vedere l’effetto che fa.