Le concessioni della Commissione europea sulla flessibilità potrebbero essere, per il governo italiano, la più classica delle vittorie di Pirro. Bruxelles ha accolto le richieste di Giorgia Meloni di escludere dal computo del deficit alcune spese collegate alla crisi energetica. Se l’obiettivo di Palazzo Chigi era ottenere la possibilità di spendere un po’ di più, allora effettivamente il risultato può dirsi raggiunto. Di fatto, però, tali risorse non potranno essere impiegate per misure emergenziali; dovranno al contrario finanziare investimenti nel solco del Green Deal, per rafforzare la “resilienza energetica” e “ridurre la dipendenza dai combustibili fossili”.Nel merito, la Commissione ha previsto la possibilità di utilizzare fino allo 0,3 per cento del pil all’anno (con un tetto di 0,6 punti complessivi nel triennio 2026-28), purché si resti all’interno dell’1,5 per cento già previsto per le spese per la Difesa. In sostanza, la flessibilità non si applica al livello della spesa “fuori sacco” ma alla sua destinazione – cioè, se resta nel solco delle politiche Ue, il governo può “sforare” i vincoli del Patto di stabilità (anche se non è detto che i mercati siano tanto clementi quanto i burocrati). Non solo: come peraltro ribadito nella Raccomandazioni specifiche per paese, la deroga non si applica a interventi di sostegno generalizzato ai combustibili fossili, come il taglio delle accise (che al limite dovrebbero essere focalizzati su chi realmente ne ha bisogno).Se l’esito del braccio di ferro tra Roma e Bruxelles non era scontato, ancora meno scontato è che l’allargamento delle maglie della clausola di salvaguardia nazionale si rivelerà effettivamente utile al nostro paese. Certamente, dovendo essere canalizzato nel sostegno agli investimenti, non potrà dare sollievo a chi, oggi, fatica a reggere gli scossoni dei mercati energetici mondiali. Inoltre, in questi anni la maggioranza non ha lamentato la scarsità dei fondi per la transizione energetica: anzi, ha subito la pesante eredità del Superbonus, che in principio doveva rappresentare un volano per l’efficienza energetica negli edifici e invece si è rivelato una zavorra per i conti pubblici. Le stesse polemiche delle ultime settimane sulle fonti rinnovabili raramente hanno riguardato l’inadeguatezza dei finanziamenti: i produttori di energia chiedono semplificazioni burocratiche e, al limite, di accelerare con i bandi Fer-X, che non attingono al bilancio pubblico perché sono interamente sostenuti dalle bollette pagate dai consumatori.La Commissione cita, tra i possibili impieghi, “progetti di investimento su larga scala nelle reti energetiche per l’implementazione delle energie rinnovabili” ma anche “sussidi per l’acquisto di veicoli elettrici, sussidi per la sostituzione degli impianti di riscaldamento domestici da petrolio e gas a pompe di calore, ad esempio interventi di efficientamento energetico, installazioni solari, batterie per l’accumulo di energia elettrica”. In gran parte dei casi non servono incentivi; dove possono essere necessari, generalmente ci sono già e si fatica a spenderli; dove ci sono e vengono utilizzati interamente, come nel caso del Superbonus o degli incentivi alle auto elettriche, spesso sono utilizzati in modo inefficiente e regressivo. Il rischio, insomma, è che il governo veda questa nuova possibilità come un’esortazione a spendere di più, versando altri 13-13,5 miliardi nell’oceano della spesa pubblica (1.184 miliardi previsti nel 2026, che cresceranno a 1.223 nel 2028).Semplicemente, la Commissione sembra convinta che la soluzione universale a qualunque problema è spendere di più (come emerge, del resto, dalla proposta di bilancio pluriennale che proprio in questi giorni viene finalizzata). Così, per il governo è senza dubbio un immediato successo politico; per l’Ue un cedimento calcolato. Per l’economia italiana è un film già visto, anzi, un colossal: in fondo, tutto si scarica sul debito pubblico, di cui il nostro paese è ormai l’indiscusso campione europeo.