Il salto nell’elettrico, con il passaggio dai motori termici ai motori elettrici, ha mutato drasticamente la struttura industriale europea, per due ragioni: in primis un motore elettrico presenta meno componenti rispetto a uno a combustione, per cui viene meno l’esigenza di forza lavoro; in secondo luogo si consegna l’intero comparto europeo alla dipendenza totale da chi detiene il quasi monopolio delle materie critiche, fondamentali per le batterie, come osservato da Giorgia Meloni al vertice di Ankara

Mercati di riferimento cambiati, partita delle materie prime (al momento) ancora senza giocatori europei, green deal mal gestito. Sono le tre criticità alla base della crisi dell’automotive in Ue, che già ha visto una serie di effetti negativi sulle principali case tedesche, a cui si sta sommando la decisione di Volkswagen di interrompere la produzione di metà dei suoi modelli: cosa c’entra la Cina e quali sono le conseguenze per l’Italia.

Anche se Volkswagen non ha reso ancora noti i dati precisi, l’indirizzo è ormai manifesto, con le proteste del consiglio di fabbrica che chiede conto ad un amministratore delegato, Oliver Blume, che di fatto esegue direttive decise dall’alto. Si tratta della più grave crisi nella storia del gruppo automobilistico, che ha prodotto la decisione di attivare un piano di tagli da 100.000 posti di lavoro oltre alla chiusura di quattro stabilimenti in Germania, come Hannover, Zwickau, Emden e l’Audi di Neckarsulm. La concorrenza asiatica, il calo dei profitti e i margini ridotti sono tre spine oggettive nel fianco dei colossi teutonici.