<p>La crisi di Volkswagen, con il suo piano di ristrutturazione shock e la sua bocciatura, per ora, da parte del consiglio di sorveglianza, non è una fase momentanea di difficoltà di un singolo produttore. È il simbolo della condizione dell'industria dell'auto europea, arrivata davanti a un bivio: cambiare e sopravvivere o non farlo e rischiare, perché stretta tra la concorrenza cinese, i dazi Usa, una domanda inferiore alle attese e una capacità produttiva costruita per un mercato che non esiste più.

Se il primo costruttore dell'Ue ha bisogno di una cura che la rigeneri completamente (e faticherà molto a trovare un accordo su come ridurre costi e produzione), significa che l'intero settore deve affrontare cambiamenti che lasceranno il segno.</p><p>Come riferito da Reuters, il consiglio di sorveglianza di Volkswagen ha respinto con 12 voti contro 7 il piano presentato dall'ad Oliver Blume.

A bloccarlo è stata l'opposizione dei rappresentanti dei lavoratori e della Bassa Sassonia, che grazie alla particolare governance del gruppo hanno un peso determinante.

Sul tavolo c'è una ristrutturazione senza precedenti: fino a 100 mila esuberi entro il 2030, secondo indiscrezioni addirittura 120 mila, la possibile chiusura di quattro stabilimenti tedeschi (si veda la cartina in pagina) e una profonda semplificazione del gruppo.</p><p>Il rinvio, però, non cancella le difficoltà, anzi le aggrava.