Altissima tensione alla Volkswagen per i drastici piani di ristrutturazione con pesanti tagli nei prossimi anni. Ieri a Wolfsburg si è tenuto fino a tarda sera un complicato consiglio di sorveglianza, preceduto da una riunione dei vertici del gruppo, al centro i piani dell’ad Oliver Blume. Secondo i media tedeschi, non era comunque attesa già ieri una decisione definitiva. Il tutto all’insegna di proteste in impianti in tutta la Germania: la stessa Wolfsburg, Emden, Hannover, Braunschweig, Salzgitter.La giornata si è aperta con le indiscrezioni del settimanale Der Spiegel e del tabloid Bild. Si parla di tagli che possono arrivare fino a 120.000 dipendenti (nei giorni scorsi si è parlato di 100.000, il doppio dei 50.000 fin qui concordati con i sindacati). Secondo Bild, il piano “Zielbild 2030” («obiettivo 2030») parla di «adattamento delle capacità di personale di circa 55.000-70.000 dipendenti». Una riduzione da ottenere anzitutto con strumenti volontari, come orario ridotto, uscita volontaria, passaggio a agenzie interinali, prepensionamenti. Al tempo stesso però si parla anche di «rivedere» gli attuali contratti, il riferimento è alla «garanzia occupazionale» concordata con i sindacati. Secondo Bild, comunque sia la direzione, sia il consiglio di sorveglianza sono concordi che il gruppo si trova in una «situazione critica», la direzione la definisce addirittura «a rischio esistenziale».I dati parlano chiaro. Nel 2025, Volkswagen ha consegnato in tutto il mondo nove milioni di veicoli, il 20% in meno che nel 2019. Particolare dura la situazione in Cina, cruciale per il gruppo: qui il crollo è del 36% rispetto al 2019, pesano però anche i dazi del presidente Usa Donald Trump. Collegata è la prospettiva di chiusura di quattro impianti, come già trapelato nei giorni scorsi. Ora Der Spiegel e Bild indicano anche le date precise: Emden (che produce auto elettriche), e Zwickau nel 2031, Hannover nel 2032, Neckarsulm nel 2034. La ragione: sovracapacità di oltre 500.000 veicoli in Europa, oltre a costi di fabbricazione troppo elevati rispetto ad altri Paesi Ue. La società guarda agli impianti Volkswagen a Bratislava (Slovacchia) e Audi a Györ (Ungheria). Si parla anche di riconversione degli impianti Volkswagen in Germania come già il caso di quello di Osnabrück, che dovrebbe essere utilizzato per produzione di armamenti. Wirtschaftswoche e New York Times hanno scritto che il land della Bassa Sassonia che, in base alla cosiddetta “legge Volkswagen” detiene il 20% dei voti nel consiglio di sorveglianza, sarebbe disponibile alla chiusura a patto di una chiara riconversione per salvare i posti di lavoro. Il governo regionale ha però smentito le indiscrezioni come «complete sciocchezze».Secondo Der Spiegel si parla di ridurre gli investimenti dal 2027 al 2031 da 180 a 135 miliardi di euro. L’intento è di portare il margine operativo dall’attuale 3,3% al 9% entro il 2030, e l’utile operativo a 30,6 miliardi di euro dagli attuali 2,4 miliardi di euro. Prevista anche la riduzione del 75% della varietà di motorizzazioni offerte per i veicoli. Il problema è far passare il piano. Come detto, il land della Bassa Sassonia detiene il 20% dei voti (con l’11,8% del capitale) e il ministro presidente Olaf Lies (socialdemocratico) è contrario alle chiusure. Insieme alla quota dei rappresentanti dei lavoratori, ci sarebbe una maggioranza per stoppare il piano. Oltretutto, Blume insiste per staccare il marchio Volkswagen dalla holding complessiva, per sottrarlo alla “Legge Volskwagen” e dunque scavalcare il diritto di veto di fatto del land della Bassa Sassonia. Un’idea che fa infuriare sia la regione, sia i sindacati. «I lavoratori sono spaventati – ha detto la presidente del comitato aziendale, Daniela Cavallo – serve un piano completo per il futuro», mentre i sindacati sono pronti alla guerra. «Chi attacca i lavoratori e la gestione condivisa corre il rischio di scatenare un grande conflitto sociale – ha dichiarato Thorsten Gröger, responsabile per la Bassa Sassonia del sindacato di categoria IG Metall –. Resisteremo con tutte le nostre forze a qualsiasi attacco agli organici del gruppo Volkswagen e ai nostri stabilimenti». La società cerca di usare toni concilianti. «Possiamo capire le preoccupazione dei lavoratori – ha dichiarato un portavoce – per il futuro dell’azienda. L’obiettivo è di rendere la società, incluse tutte le marche e le controllate più veloci, più robuste e più concorrenziali». In gioco, lo stesso futuro di Blume, molti media tedeschi lo danno in bilico.