di
Giuliana Ferraino
Mapelli, docente di Siderugia al Politecnico di Milano: «Con Bondi avevamo progettato il passaggio graduale a Dri e forni elettrici entro il 2021, senza interrompere la produzione. Il progetto fu osteggiato. Oggi bisogna intervenire con gli impianti fermi e servono almeno 5 miliardi»
L’ex Ilva avrebbe potuto abbandonare il carbone entro il 2021, cambiando motore senza fermare la fabbrica. Il piano prevedeva di sostituire gradualmente gli altiforni con il preridotto e i forni elettrici, mantenendo nel frattempo la produzione. Carlo Mapelli, professore ordinario di Siderurgia al Politecnico di Milano, ricostruisce il progetto elaborato nel 2014 insieme a Enrico Bondi, allora commissario del governo. Quel piano non fu realizzato. A distanza di oltre dieci anni, l’ordinanza della Corte d’Appello di Milano impone di fermare l’area a caldo entro 90 giorni se non saranno rimossi l’amianto e ridotte le emissioni di polveri sottili. «La trasformazione che allora poteva essere programmata con gli impianti in funzione – sostiene Mapelli – oggi deve essere affrontata a produzione ferma, con costi molto più elevati e pesanti conseguenze sull’occupazione».
Professore, nel 2014 esisteva già un piano per superare il ciclo a carbone dell’ex Ilva. Professore, nel 2014 esisteva già un piano per superare il ciclo a carbone dell’ex Ilva. Come avrebbe dovuto funzionare?«Il programma elaborato con Enrico Bondi prevedeva la sostituzione graduale degli altiforni e il passaggio alla spugna di ferro, cioè al Dri, e ai forni elettrici. L’obiettivo era arrivare nel 2021 a una produzione non più basata sul carbone. La trasformazione sarebbe avvenuta progressivamente, mantenendo in funzione una parte degli impianti e utilizzando anche i ricavi della produzione per sostenere gli investimenti».















