Il governo ha dimezzato i tempi per la decarbonizzazione dell’ex Ilva di Taranto. Stando all’ultimo piano, si è passati da 8 a 4 anni per il passaggio dagli altiforni a carbone ai forni elettrici. Un periodo che Flacks - il fondo americano con il quale i commissari di Acciaierie d’Italia e dell’Ilva hanno aperto una trattativa in esclusiva - vuole ottimizzare al massimo: il veicolo guidato da Michael Flacks ha annunciato durante le ultime interlocuzioni che vorrebbe tenere aperti uno o due altoforni fino alla scadenza prevista dall’Aia del 2030.
Alla base di questa scelta ci sono la volontà di garantirsi una maggiore produzione di acciaio primario e, soprattutto, di mantenere il più alto numero possibile di dipendenti a lavoro: non a caso il fondo Usa ha promesso di tenere in organico almeno 8.500 addetti rispetto agli attuali 10mila, che invece verrebbero più che dimezzati con la fine delle lavorazioni a caldo, propedeutiche per il prodotto da realizzare negli altiforni.
Questa strategia dovrà fare i conti con le decisioni che a Bruxelles saranno prese per allentare le tassazioni Ue sulla carbonizzazione come Ets e Cbam. Senza dimenticare lo scontro tra i commissari e la procura di Taranto per dissequestrare l’altoforno 1, ancora “spento” dopo l’incendio del maggio scorso. Detto questo, gennaio sarà un mese decisivo per il futuro dell’ex Ilva: in questo lasso di tempo governo e commissari vogliono chiudere l’accordo con Flacks per trasferirgli gli impianti del gruppo siderurgico. Soprattutto, sempre a gennaio, l’esecutivo si appresta a chiudere due provvedimenti essenziali per il buon esito della trattativa: nelle prossime settimane è atteso in Consiglio dei ministri un decreto per autorizzare l’ingresso dello Stato nel futuro gruppo attraverso una sua controllata (Invitalia?) dopo che il fondo americano ha chiesto una presenza pubblica nell’azionariato pari al 40 per cento. In più si sta studiando una nuova iniezione di liquidità tra i 40 e i 50 milioni, chiesta dai commissari per garantire la transizione verso i nuovi proprietari. Questi fondi potrebbero essere stanziati con un emendamento al decreto Ilva, attualmente in discussione Parlamento e che già sblocca 108 milioni del vecchio prestito ponte.








