Come può il più grande impianto siderurgico d’Europa, lo stabilimento di Taranto, l'ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia proseguire la sua produzione in violazione della Direttiva europea sulle emissioni industriali? È la domanda che ha posto al governo italiano la stessa Commissione europea che lo scorso 7 maggio 2025 che ha riaperto, con un ritardo di 12 anni (motivo per cui è ora indagata dal Difensore civico europeo), la procedura d’infrazione contro l’Italia, proprio per lo stabilimento di Taranto, con una lettera complementare di costituzione in mora, a seguito della storica sentenza C‑626 del 2022 della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024.Una domanda che ricorre nelle ore in cui il governo, e in prima battuta il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, lavora alla chiusura dell'accordo di programma sul piano di dacarbonizzazione dell'ex Ilva finalizzato alla vendita, in programma il 31 luglio. L'impianto oggi è controllato da Acciaierie d'Italia, società partecipata dallo Stato attraverso Invitalia in amministrazione straordinaria. Perché la più grande acciaieria in Europa, valutata 1,5 miliardi, possa finire sul mercato (e uscire dalla crisi in cui versa), occorre il via libera all'accordo tra le varie istituzioni nazionali e locali per approvare il piano che, secondo il ministero, dovrebbe ridurre l'impatto ambientale della fabbrica, attraverso l'installazione di forni elettrici e impianti per il preridotto (un tipo di ferro). L'intesa è fragile e nelle scorse ore il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha rassegnato le dimissioni prima della firma dell'accordo.Uno dei passaggi critici verso la vendita è l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), una autorizzazione che permette l'esercizio di determinati impianti industriali dal punto di vista produttivo e che deve ricevere l'ok da tutti gli enti che hanno potere decisionale in materia. Tra cui il ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit), Regione Puglia e il Comune di Taranto. Al momento senza sindaco.Gli snodi della vicendaLa storica sentenza della Corte europea che cambia le regoleTutti gli studi sanitari che accertano il danno causato dall’ex IlvaIl decreto che non recepisceTrasparenza e partecipazione, queste sconosciuteL’Istituto superiore di sanità e l’esposizione dimenticata dei bambini di TamburiIl paradosso delle due metriche di rischioDiossina nel latte materno, prescrizione cancellataIl carbone fino al 2037 e il peso nascosto delle “esternalità negative”La storica sentenza della Corte europea che cambia le regoleSecondo quanto stabilito dal massimo organo giurisdizionale del nostro ordinamento, nel caso dell'ex Ilva l’Italia ha messo in secondo piano la tutela della salute pubblica e non rispettato le norme vigenti sulla qualità dell’aria. “Secondo il governo italiano - hanno affermato i giudici di Strasburgo - la direttiva (sulle emissioni ndr) non fa alcun riferimento alla valutazione del danno sanitario, (mentre ndr) la Corte rileva che la nozione di ‘inquinamento’ ai sensi di tale direttiva include i danni tanto all’ambiente quanto alla salute umana”. Concludendo che “la valutazione dell’impatto dell’attività di un’installazione come l’acciaieria Ilva su tali due aspetti (ambiente e salute, ndr), deve costituire atto interno ai procedimenti di rilascio e riesame dell’autorizzazione all’esercizio”.Governi italiani, ministeri e gestori dell'impianto hanno, negli anni, sottostimato gli effetti sulla salute della popolazione dovuti alle ricadute degli inquinanti prodotti dallo stabilimento. Effetti accertati, invece, dagli enti di controllo sanitari nazionali, regionali, Arpa (l'Autorità regionale per la protezione ambientale) e Asl locali. E confermati nell’ultima Valutazione del Danno sanitario del dicembre 2024 che ribadisce “la permanenza di alcune criticità sanitarie rispetto a quanto già noto" e che "le stime più recenti di mortalità, ospedalizzazione, incidenza tumorale mostrano una sostanziale convergenza sui tumori del polmone, sulle malattie respiratorie e su quelle del sistema circolatorio", e attestano una situazione di danno alla salute intollerabile, specialmente per la popolazione del quartiere Tamburi, a ridosso del polo siderurgico.Tutti gli studi sanitari che accertano il danno causato dall’ex IlvaInsieme ai numerosi studi epidemiologici promossi, tra gli altri, dallo stesso ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità (Iss) con i rapporti Sentieri, dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e Regione Puglia. Con evidenze scientifiche tali, da far definire Taranto “zona di sacrificio” dalle Nazioni Unite, come descritto nel rapporto relativo al diritto umano a vivere in un ambiente salubre, nel gennaio 2022.Senza tralasciare la presenza di diossina e furani nel latte materno delle donne tarantine con molecole contenenti marker attribuibili all’attività siderurgica, sempre accertata dall’Iss e i danni al neurosviluppo dei bambini tarantini dei quartieri prospicienti il siderurgico, causati dalla presenza di metalli pesanti.Il decreto che non recepisceEd è proprio in base alla sentenza della Corte di Giustizia che il governo in carica avrebbe dovuto colmare il divario legislativo, adeguando alle norme europee le procedure di rilascio e riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale. Tentativo effettuato con il decreto 5 del 2025 del 30 gennaio scorso ma che, anziché applicare i limiti per le emissioni industriali più restrittivi, previsti dalla Direttiva 2024 sulla qualità dell’aria, come sancito dalla Corte di Giustizia europea, ignorando anche le Bat Conclusions (Best available technologies conclusions, le conclusioni sulle migliori tecniche disponibili, i documenti adottati dalla Commissione europea che specificano le migliori tecnologie sul mercato per un determinato settore industriale), al fine di ridurre l'impatto ambientaledel 2022 e del 2024 e applica quelli in vigore nel 2010, ormai superati.Come conferma a Wired l’avvocato Maurizio Rizzo Striano, legale che ha imbastito la causa inibitoria promossa da 11 genitori tarantini e un bambino presso il Tribunale di Milano, che ha portato alla sentenza della Corte europea di Giustizia, il decreto e l’Aia emessa di conseguenza non recepiscono ciò che avrebbero dovuto recepire.“Il decreto 5/2025 impone di presentare in sede di riesame solo lo ‘studio di Valutazione di Impatto Sanitario (Vis)’ redatto dal gestore, adattando però uno strumento nato per progetti ex novo (Via) e non per impianti esistenti. Cosa vuol dire questo? Che di fatto assistiamo, come rilevato dall’Istituto Superiore di Sanità a un declassamento del Rapporto di valutazione del danno sanitario (Vds), mentre la direttiva europea 2010/75/Ue (articolo 15) e il decreto legislativo 61/2013 (articolo 1‑bis)] prevedono che il riesame Aia sia supportato da un rapporto Vds basato su indagini epidemiologiche e tossicologiche”, sottolinea Rizzo Striano. E aggiunge: “In parole povere su dati veri e non presunti”. Fatto poi gravissimo: si lascia al gestore la redazione della Vds basata sui rilievi delle sostanze tossiche effettuati dallo stesso gestore, e non su quelli rilevati dalle autorità di controllo che più volte hanno accertato superamento dei limiti”.Trasparenza e partecipazione, queste sconosciuteSecondo l’articolo 29‑octies del Codice dell’Ambiente (decreto legislativo 152 del 2006), il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 13 novembre 2017 e la Convenzione di Aarhus, tutti i documenti dell’iter Aia (dai pareri tecnici di Iss, Arpa e Asl, al Parere Istruttorio Conclusivo (Pic), fino ai verbali delle conferenze di servizi), dovrebbero essere pubblicati “immediatamente” sul portale dell’Osservatorio Vas‑Via‑Aia dedicato all’ex Ilva. Finora, nulla di tutto questo è avvenuto, anzi nell’Aia pubblicata il 25 luglio, il governo si attribuisce 30 giorni di tempo per poterlo fare.Questa omissione, oltre a violare il diritto dei cittadini di partecipare in modo informato, apre già oggi la strada a possibili ricorsi al Tar (il tribunale amministrativo regionale). Qualsiasi stakeholder – associazione, ente locale o singolo cittadino – infatti potrebbe chiedere l’annullamento dell’Aia per vizio procedurale e violazione dei principi di pubblicità e partecipazione, in virtù della normativa nazionale e del diritto europeo che richiedono accesso proattivo ai documenti fondamentali di un procedimento ambientale così delicato.L’Istituto superiore di sanità e l’esposizione dimenticata dei bambini di TamburiEmerge con chiarezza che, dietro i titoli delle cronache, l’Istituto Superiore di Sanità non abbia mai dato un "via libera" incondizionato all’Aia dell’ex Ilva: nei suoi tre pareri (30 luglio 2024, protocollo 33423; 17 febbraio 2025, protocollo 7071; 18 marzo 2025, protocollo 12185) l’Iss ha smontato pezzo per pezzo le certezze ufficiali.Nel parere del 17 febbraio 2025, per esempio, l’Iss muove cinque rilievi ancora aperti: le emissioni di Noₓ e Soₓ restano troppo elevate; la centrale termica interna non è mai conteggiata nel totale delle emissioni; la valutazione dell’esposizione cutanea è limitata agli arenili, mancano completamente gli scenari ricreativi (parchi, giardini, cortili) ‒ proprio dove i più piccoli respirano, toccano e ingeriscono polveri ‒ e, infine, il rischio cancerogeno inalatorio supera di gran lunga la soglia di un caso su 10mila accettabile secondo la Vds di Asl e Arpa.Malgrado questi rilievi, il Parere istruttorio conclusivo (Pic) del 4 giugno 2025 si è limitato a trasformare le prime quattro criticità in una prescrizione che concede al gestore 90 giorni di tempo per adeguarsi, in evidente contrasto con il principio di prevenzione sancito dalla sentenza C‑626/22 della Corte di Giustizia europea, che vieta qualunque autorizzazione in presenza di pericoli gravi e rilevanti. Quanto al quinto nodo — il rischio inalatorio — è stato semplicemente ignorato, senza alcuna misura cautelativa né sospensione dell’esercizio.Il paradosso delle due metriche di rischioA rendere il quadro ancora più grave, la stessa Aia incorpora due paradigmi opposti: da un lato la Valutazione del danno sanitario (Vds) di Arpa e Asl fotografa un eccesso di rischio cancerogeno superiore a uno su 10mila, dall’altro la Valutazione impatto sanitario (Vis) redatta dal gestore applica i criteri dell’Ue Epa, che considerano “accettabile” un rischio fino a uno su un milione. L’Iss ha chiarito che questi parametri non sono compatibili con la realtà di Taranto e che lasciarli in carico al gestore significa vanificare ogni principio di imparzialità.Diossina nel latte materno, prescrizione cancellataInfine, la cancellazione della prescrizione 93 — che dal 2012 imponeva biomonitoraggio su licheni, latte materno, matrici biologiche e prodotti della pesca — è stata sostituita da un generico “ecomonitoraggio” privo di tempistiche e di supervisione indipendente. Solo un Foia di Cittadini Reattivi ha svelato a novembre 2023 lo studio dell’Iss sul latte materno delle donne di Tamburi, con la conferma della presenza della molecola 2,3,4,7,8 ‑ pentaclorodibenzom‑ furano, “marcatore di attività metallurgiche”.Il carbone fino al 2037 e il peso nascosto delle “esternalità negative”Tutte queste omissioni e contraddizioni si consumano mentre l’Aia viene approvata con 472 prescrizioni per ridurre l’inquinamento, correttive che, anziché sanare le falle sanitarie di base, rischiano di trasformarsi in semplici adempimenti formali. Mentre nessuna prescrizione cogente viene impartita in tema di decarbonizzazione, se non quella di presentare un piano per realizzarla. A dispetto di roboanti annunci di transizione green, sulla carta l’Aia autorizza Acciaierie d’Italia a produrre con gli attuali altiforni a carbone fino al 2037.Sullo sfondo restano intatti i costi delle esternalità negative ambientali, sanitarie e climatiche, stimati in oltre 1 miliardo di euro nel solo 2021 dall’Agenzia Ue per l’Ambiente. E il “buco nero” dell’ex Ilva continua a gravare sull’intera comunità tarantina e sulle tasche di tutti gli italiani.