Il presente di Acciaierie d’Italia non è certamente roseo e il suo futuro potrebbe non essere verde. La società che gestisce l’ex Ilva di Taranto, la più importante acciaieria in Europa, deve risanare le proprie finanze – in condizioni critiche e aggravate dall’incendio all’altoforno 1, lo scorso maggio – e contemporaneamente mettersi nelle condizioni di produrre acciaio a basse emissioni, allineandosi alla strategia della Commissione europea per il settore siderurgico.Il piano industriale di Acciaierie d’Italia, infatti, prevede per il 2026 una produzione di sei milioni di tonnellate attraverso gli altiforni a carbone; dalla seconda metà del 2027, però, due di questi andranno rimpiazzati con altrettanti forni elettrici ad arco, alimentati a gas naturale e quindi meno impattanti. Ma in prospettiva, per garantire una produzione di acciaio davvero “pulita”, il gas andrebbe sostituito con l’idrogeno verde, un combustibile a emissioni zero ottenuto con l’elettricità da fonti rinnovabili o dal nucleare: è promettente, ma ancora molto costoso e pressoché inutilizzato.Di idrogeno nell’ex Ilva, comunque, non si parla più. Il 12 giugno il governo ha approvato un decreto-legge che introduce “misure urgenti relative a crisi industriali”. Tra queste c’è lo stanziamento di 200 milioni di euro ad Acciaierie d’Italia per garantirne la continuità produttiva e mettere in sicurezza gli impianti. Ma viene anche disposta una semplificazione delle “norme in materia di impianti per la produzione del preridotto (o Dri), un modo alternativo ed innovativo di produrre ferro, sviluppato per superare la produzione basata sugli altiforni convenzionali”.Come si produce l’acciaioSemplificando, ci sono due modi di produrre l’acciaio, che è una lega di ferro e carbonio. Il più comune è il cosiddetto ciclo integrale in altoforno, dove il minerale ferroso viene unito al carbone coke e riscaldato ad alte temperature: si ottiene anidride carbonica (data dalla reazione tra l’ossigeno nel minerale e il carbonio nel coke) e ferro fuso; quest’ultimo, poi, passa per una fase di “purificazione” che prevede l’aggiunta di idrogeno fino, appunto, all’ottenimento dell’acciaio.Il secondo metodo è la riduzione diretta, che utilizza il gas naturale al posto del coke. Funziona così: il gas viene separato in idrogeno e monossido di carbonio, i quali reagiscono con l’ossigeno presente nel minerale ferroso rilasciando anidride carbonica e acqua. Dopodiché, il materiale ricavato dalla reazione – chiamato preridotto – viene fuso in un forno elettrico ad arco per rimuoverne le impurità e “trasformarlo” nella lega desiderata.La produzione in altoforno emette all’incirca due tonnellate di CO2 per ogni tonnellata di acciaio; la riduzione diretta, invece, una tonnellata di CO2 per ogni tonnellata di acciaio. In teoria, però, la riduzione diretta può essere un processo a emissioni zero se l’elettricità fornita ai forni proviene da fonti pulite e se il gas naturale viene sostituito dall’idrogeno verde.Acciaierie d’Italia e Dri d’ItaliaNel decreto-legge del 12 giugno, come detto, non è presente alcun riferimento all’utilizzo dell’idrogeno nello stabilimento ex Ilva.A consegnare ad Acciaierie d’Italia gli impianti per la riduzione diretta sarà Dri d’Italia, società partecipata interamente da Invitalia (dunque controllata dal ministero dell’Economia). Nata nel 2022, a Dri d’Italia è stato assegnato il ruolo di “‘soggetto attuatore’ degli interventi a favore della decarbonizzazione del settore siderurgico italiano”. In un comunicato pubblicato sul sito di Invitalia nel settembre 2022 si leggeva appunto che Dri d’Italia “lavorerà alla decarbonizzazione dell’ex Ilva” e che “avrà l’obiettivo di realizzare un impianto di produzione del ‘preridotto’”; il testo proseguiva menzionando esplicitamente il “preridotto con derivazione dell’idrogeno necessario ai fini della produzione esclusivamente da fonti rinnovabili”. A distanza di quasi tre anni, però – per esigenze di semplificazione o di realismo –, di idrogeno non si parla più.Il 25 giugno l’agenzia Radiocor ha dato notizia dell’incontro tra il ministro delle Imprese Adolfo Urso e i rappresentanti di diverse autorità pugliesi, tra cui il presidente della Regione Michele Emiliano, sulla situazione dell’acciaieria di Taranto. Il sindaco della città, Pietro Bitetti, ha sollevato la questione dell’idrogeno; questione che però, stando alla ricostruzione dell’agenzia, “non appare come percorribile in tempi brevi”.“Per l’Italia è essenziale mantenere una produzione di acciaio primario, cioè dal minerale ferroso, per due motivi - ha detto a Wired Giulia Novati, analista specializzata in transizione industriale presso il think tank Ecco -. Anzitutto, l’acciaio primario è insostituibile in alcune applicazioni; inoltre, la presenza di questa produzione permetterebbe di garantire una disponibilità di rottami alle numerose aziende che producono acciaio secondario, ovvero da riciclo, le quali si riforniscono per il 70-75% proprio dal mercato nazionale”.“La situazione dell’ex Ilva è molto complessa - prosegue l’esperta - ma l’introduzione della tecnologia di riduzione diretta rappresenta una prospettiva di rilancio in termini di competitività, oltre che un’opportunità per coniugare innovazione industriale, sicurezza degli approvvigionamenti e decarbonizzazione. La riduzione diretta con il gas naturale è compatibile con l’idrogeno, quindi è possibile effettuare un upgrade tecnologico senza grandi investimenti aggiuntivi”.Le conseguenze sulla “Valle dell’idrogeno” puglieseMa l’offuscamento delle prospettive per l’idrogeno nell’ex Ilva potrebbe danneggiare di riflesso il progetto Puglia Green Hydrogen Valley, ovvero l’iniziativa per la produzione di idrogeno verde tra Taranto e Brindisi utilizzando l’elettricità rinnovabile e l’acqua proveniente dai depuratori di Acquedotto Pugliese.Il progetto, portato avanti da Edison, Sosteneo e Saipem, è sostenuto da Dri d’Italia – per l’appunto – e finanziato dall’Unione europea, che l’ha inserito tra gli Importanti progetti di interesse comune europeo. A sua volta, Puglia Green Hydrogen Valley è funzionale al piano di Snam (la società che gestisce la rete nazionale dei gasdotti) per la realizzazione di un “corridoio dell’idrogeno” dall’Italia verso l’Europa centrale.La crisi dell’acciaio green in EuropaNon è solo Acciaierie d’Italia, comunque, ad allontanare l’idea dell’idrogeno nei propri stabilimenti. A fine giugno il colosso siderurgico indiano-lussemburghese Arcelor Mittal ha fatto sapere di aver rinunciato alla conversione dal carbone all’idrogeno delle acciaierie di Brema e Eisenhüttenstadt, in Germania. Per via dei prezzi dell’energia troppo alti – un problema che affligge l’intero continente – il passaggio intermedio al gas “non è competitivo”, dicono da ArcelorMittal, mentre l’idrogeno verde “non è ancora una fonte di carburante praticabile” nemmeno in presenza di sussidi pubblici: ne erano previsti per 1,3 miliardi di euro.Il conglomerato tedesco Thyssenkrupp, invece, aveva ricevuto un paio di miliardi di euro per la produzione di acciaio low-carbon tramite la sostituzione di due altoforni con un impianto di riduzione diretta. Le condizioni economiche del gruppo, tuttavia, non sono buone e lo scorso novembre ha annunciato l’intenzione di licenziare il 40% della sua forza lavoro: la crisi potrebbe ripercuotersi sugli investimenti nella decarbonizzazione.