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Da metà luglio nello stabilimento dell’ex ILVA di Novi Ligure, in provincia di Alessandria, la produzione si è sostanzialmente fermata. Dall’impianto di Taranto, il più grande impianto siderurgico d’Europa tra quelli ancora alimentati a carbone, non arriva più acciaio da lavorare. Anche le scorte sono finite. Quasi tutti gli oltre 550 lavoratori sono in cassa integrazione o in ferie forzate. Gli unici presenti sono i manutentori, una decina: «Per il resto, lo stabilimento sembra dismesso», dice Maurizio Cantello, segretario provinciale della Fiom-Cgil.
Per queste ragioni lunedì a Novi Ligure c’è stata una riunione a cui hanno partecipato tra gli altri il presidente del Piemonte Alberto Cirio, il sindaco di Novi Ligure Rocchino Muliere, il direttore generale dell’ex ILVA Francesco Zambon, e i sindacati. Durante l’incontro è stato stilato un documento, per ora non reso pubblico, che sarà mandato al governo: contiene diverse richieste, tra cui la necessità di tutelare i lavoratori e quella di affrontare la crisi dell’ex ILVA considerando tutti gli stabilimenti insieme, e non solo quello di Taranto.
Lo stabilimento di Novi Ligure è il terzo più grande dell’ex ILVA, dopo quelli di Taranto e Genova, e il principale in Piemonte (ce n’è un altro più piccolo a Racconigi, in provincia di Cuneo). Qui arrivano, passando da Genova, i laminati a caldo prodotti nell’impianto di Taranto, cioè dei semilavorati in acciaio, che vengono lavorati ulteriormente per realizzare tra le altre cose fusti e componenti per elettrodomestici da vendere alle aziende clienti. Molte sono nel settore dell’automotive, concentrate appunto nel Nord Italia.








