Il decreto della Corte d’Appello di Milano che ordina la sospensione dell’attività dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto se nei prossimi 3 mesi non saranno rimossi i 2mila chili di amianto presenti negli impianti e ridotte le emissioni di polveri sottili (obiettivi tecnicamente impossibili e soprattutto economicamente insostenibili), ha aperto di fatto la crisi occupazionale di un complesso aziendale sequestrato 14 anni fa e messo in amministrazione straordinaria nel 2015. I 10mila dipendenti, divisi tra Taranto e il Nord attendono notizie certe sul loro futuro ma è evidente che la chiusura, o sospensione che dir si voglia, dell’area a caldo farà venir meno le bramme di acciaio da lavorare nelle aree a freddo di Taranto e degli altri siti del gruppo, lasciando tutti gli addetti senza lavoro. In linea teorica, l’amministrazione straordinaria su input del Governo, potrebbe vendere le aree a freddo o darle in gestione a chi ha bramme da far lavorare (come gli indiani di Jindal) ma si tratta di una operazione dalla dubbia sostenibilità economica perché lavorare le bramme richiede il loro riscaldamento con l’utilizzo di energia ora, in questa congiuntura storica, a carissimo mercato. Nel frattempo si potrebbero costruire i forni elettrici ma anche qui ci sono dubbi sulla sostenibilità economica: per un paio di forni elettrici da 2 milioni di tonnellate annue cadauno, servono poco meno di due miliardi e mezzo di euro, a fronte di una ricaduta occupazionale di appena un terzo di addetti rispetto a quelli necessari al funzionamento di un altoforno a ciclo integrale, e tanto, prezioso, gas gas.