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Una sentenza della Corte d’appello di Milano ha deciso la prossima chiusura dell’area a caldo dell’ex ILVA, l’enorme – ed enormemente inquinante – acciaieria di Taranto, per le conseguenze ambientali e sanitarie che continua ad avere sul territorio. È una sentenza molto importante, che rende la chiusura completa dello stabilimento probabile come non mai, e la sua vendita da parte dello Stato italiano praticamente impossibile. Il governo sta provando da molto tempo a vendere a un privato la società proprietaria dello stabilimento di Taranto, che oggi si chiama Acciaierie d’Italia ed è gestita dallo Stato in amministrazione straordinaria, una procedura che serve a ristrutturare o liquidare le grandi imprese.
Nel frattempo lo Stato mette i soldi per mantenere l’azienda mentre questa continua a perderne molti e produce sempre meno, con l’obiettivo di tutelare i posti di lavoro in attesa di trovare un compratore. Negli ultimi mesi i commissari dell’azienda avevano trattato lungamente con alcuni possibili acquirenti. Ma la sentenza del tribunale di Milano è solo l’ultimo ostacolo a un’operazione che in verità era sembrata complicata fin dall’inizio.
La sentenza prevede che entro 90 giorni l’azienda debba sospendere le attività dell’area a caldo, che è la parte più importante dell’intero impianto: semplificando molto, è qui che avviene la lavorazione delle materie prime grezze per trasformarle in acciaio. Fanno parte dell’area a caldo i cosiddetti “altiforni”, dove avviene materialmente la fusione. L’ex ILVA ne ha quattro, di cui solo uno ancora attivo. Una volta che si è solidificato l’acciaio viene lavorato nell’area “a freddo” e trasformato in lamiere, in bobine, in tubi, a seconda delle destinazioni. È un processo che non avviene più a Taranto, ma in altri stabilimenti di Acciaierie d’Italia, al Nord.











