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La Corte d’appello di Milano ha respinto la richiesta di Acciaierie d’Italia, la società proprietaria dell’ex ILVA di Taranto, di sospendere la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, decisa dalla stessa Corte alla fine di luglio. Significa di fatto che l’ex ILVA dovrà chiudere entro il 28 ottobre come stabilito dalla Corte, perché senza l’area a caldo, che è la parte più importante dell’intero impianto ma anche molto inquinante, non può produrre niente.
È una decisione che rischia di rendere la vendita da parte dello Stato italiano – che gestisce gli impianti in amministrazione straordinaria – quasi impossibile e che con ogni probabilità porterà a confermare il licenziamento collettivo di 2.500 dell’indotto dell’ex ILVA, cioè delle imprese fornitrici e in appalto, annunciato il 4 settembre e poi sospeso in attesa di questa decisione della Corte.
Venerdì mattina la Corte ha sostanzialmente confermato la sua decisione, dicendo che tra il diritto a esercitare un’attività d’impresa e quello alla salute delle persone, deve prevalere quest’ultimo.
L’ex ILVA è l’impianto siderurgico più grande d’Italia e il governo sta cercando da tempo di venderla. Le molte decisioni giudiziarie che ne hanno ordinato la chiusura per il suo impatto ambientale (la prima fu del 2012), il commissariamento e la prospettiva della vendita hanno innescato una crisi industriale e occupazionale che va avanti da anni, tra proteste di lavoratori, interventi dei governi e tentativi di trovare un nuovo proprietario.













