ROMA – L’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto va chiusa entro 90 giorni. La Corte d’appello di Milano, sezione imprese, accoglie il reclamo dell’associazione “Genitori Tarantini” e di altre formazioni civiche, riconoscendo che le emissioni nocive e la presenza di amianto rappresentano un pericolo potenziale. Il provvedimento, che l’azienda è pronta a impugnare, rischia di far naufragare le trattative per la cessione del complesso siderurgico. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, lo ammette senza troppi giri di parole. «Le sentenze sono sentenze, valgono per tutti – afferma -. È un fatto che stravolge la fase di cessione abbastanza avanzata, prossima alla definizione con la controparte, in questo momento cambia la vicenda». Tutto il comparto siderurgico potrebbe subire contraccolpi pesanti. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, va giù durissimo. «Quella sull’ex Ilva – osserva – è l’apoteosi di un approccio giudiziario che ignora la realtà industriale. Pretendere la rimozione dell’amianto dai cowper di un altoforno significa imporre una prescrizione incompatibile con la tecnologia stessa dell’impianto. Se gli stessi criteri venissero applicati a tutta la siderurgia europea, gli altiforni del continente sarebbero costretti a fermarsi. È una clamorosa ingiustizia che colpisce solo l’industria italiana».
I giudici fermano l’ex Ilva i timori del governo “Può saltare la vendita”
La Corte d’appello di Milano ordina lo spegnimento dell’area a caldo entro 90 giorni. L’esecutivo versa altri 100 milioni per tenerla aperta










