Presenza di amianto ed emissioni oltre i limiti: per la Corte d'appello di Milano l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto deve essere chiusa entro 90 giorni. «I rischi sanitari - scrivono - vanno ridotti entro i limiti di sicura accettabilità». E accolgono la richiesta dell’associazione Genitori Tarantini. «Ci sono cose che non si possono raccontare...ma questa vittoria sì! Ha vinto la vita e la legalità» è il primo commento a caldo.
Secondo i giudici, le polveri sottili sono oltre i limiti previsti dalla legge e potrebbero essere la causa dell’aumento di tumori. Pertanto, la produzione potrà ripartire dopo la rimozione integrale dell’amianto «ancora presente negli impianti» e l’adozione di misure per «ricondurre le emissioni delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno». Tutto questo nel rispetto di quanto disposto due anni fa dalla Corte di Giustizia Europea: se la fabbrica crea danni all’ambiente e alla salute, va spenta. Erano stati dieci aderenti all'associazione Genitori Tarantini e un bambino affetto da una rara mutazione genetica - assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano - ad avviare un procedimento di reclamo davanti alla Corte d’appello contro Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia. Chiedevano l’inibitoria rispetto all'esercizio della fabbrica. A stabilire la sospensione, un decreto a firma della giudice Marianna Galioto. «L’accoglimento delle domande impone tout court la sospensione dell’attività nell’area a caldo dello stabilimento» dice la Corte che ha respinto il ricorso «con riferimento alla domanda relativa all’abbattimento di gas a effetto serra» e lo ha accolto su amianto e polveri sottili. Su queste ultime è netta: «La previsione della decarbonizzazione presuppone l’insostenibilità dell’attuale sistema produttivo. L’Aia ha durata di dodici anni e, in mancanza di vincolo cogente tra i piani di decarbonizzazione e la prosecuzione dell’attività a ciclo integrale, l’attività potrà proseguire senza decarbonizzazione per altri dodici».











