L’area a caldo di Ilva dovrà essere spenta entro 90 giorni e potrà ritornare a produrre solo una volta rimosso “integralmente” l’amianto dagli impianti e una volta che saranno adottate “le misure necessarie” per “ricondurre le emissioni delle polveri sottili entro limiti di sicurezza” nel caso in cui il siderurgico di Taranto torni a produrre le 6 milioni di tonnellate l’anno di acciaio, autorizzate dall’Autorizzazione integrata ambientale. La Corte d’Appello di Milano, presieduta da Marianna Galioto, ha parzialmente accolto il ricorso dell’associazione Genitori tarantini sulla sentenza del tribunale dello scorso febbraio, con il quale era stato imposto lo stop dal 24 agosto se non fosse stata rafforzata l’Aia rilasciata nel 2025 e con durata di 12 anni. Sia la decisione degli scorsi mesi che quella odierna, discendono dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024.

Di fatto, l’ordinanza della giudici civili di secondo grado finisce per rafforzare i motivi che impongono la chiusura del cuore produttivo dell’Ilva, ora davvero a un passo dalla chiusura perché difficilmente l’amianto ancora presente potrà essere smaltito in tre mesi. La pronuncia dei giudici arriva alla vigilia dell’incontro a Roma tra governo, azienda e sindacati sul processo di vendita – in corsa ci sono il family office americano Flacks e gli indiani di Jindal – che è incagliato da mesi e ha costretto l’esecutivo a liberare anche l’ultima tranche del prestito ponte autorizzato dall’Unione Europea e finalizzato alla gestione dell’acciaieria in attesa del passaggio di gestione dalle mani dello Stato, attraverso i commissari straordinari, a un’impresa privata.