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Era il 16 giugno 1968: quando Pier Paolo Pasolini fece sentire la sua voce, con quella poesia maledetta: «Il PCI ai giovani!». Che poi, l’Espresso per qualche (mica tanto) misterioso motivo, pubblicò in anteprima con il titolo «Vi odio cari studenti». Era la risposta del poeta ai fatti di Valle Giulia: teatro di uno scontro violento tra gli studenti d’architettura e le forze dell’ordine. Tra i figli di una fiorente borghesia e «i ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale) di figli di papà, avete bastonato», e che «appartengono all’altra classe sociale». Da allora i rapporti tra la sinistra e le forze dell’ordine, salvo forse il periodo delle BR, non sono certo migliorati. C’è questo retroterra negli scontri che, per le ragioni più diverse, da allora si sono succeduti. E la cosa più sorprendente (ma mica tanto) è che il terreno di battaglia più cruento non sia stato nemmeno quello sindacale (lavoratori contro lavoratori), ma quello più politico. Seppure in senso lato: dall’ambientalismo (il caso Val di Susa), alle vicende internazionali, dall’antagonismo come prassi, per dirla con un lessico gramsciano, fino all’ultimo episodio della morte di Fakir. Indubbiamente un fatto che interroga la coscienza di tutti. Ma proprio per questo, prima di avventate denunce, richiede il massimo della determinazione nell’accertamento della realtà dei fatti.