Pubblicato il: 09/07/2026 – 6:51
di Giorgio Curcio
MILANO Nel racconto di Marco Ferdico sull’omicidio di Vittorio Boiocchi c’è un’altra rete, fatta di rapporti calabresi, telefoni criptati, contatti da attivare e nomi che, secondo il collaboratore, avrebbero avuto un peso nella fase preparatoria del delitto. È il verbale dell’interrogatorio reso il 22 giugno 2026 davanti ai pm Paolo Storari, Stefano Ammendola e Giovanni Musarò a riaprire il capitolo. Ferdico parte da un punto preciso: il telefono criptato. «Il telefono criptato, che ho visto dall’ordinanza, si collegava in Calabria», dice ai magistrati. Poi corregge una precedente versione: non si sarebbe collegato in Calabria perché lui lo aveva consegnato al suocero «per spacciare droga», ma perché, sostiene, «era il telefono di Giuseppe Idà».
Il telefono criptato e Giuseppe Idà
Giuseppe Idà, nel racconto di Ferdico, era arrivato a Milano nel 2021. Una scelta che il collaboratore collega a vicende personali, ma che poi avrebbe avuto un’evoluzione criminale. «Gli ho trovato questa casa – racconta – e da lì lui ha iniziato, vivendo a Milano, a trafficare in stupefacenti». In quella stessa abitazione, a pochi metri da casa di Ferdico, sarebbe poi entrato anche Vincenzo Monardo. «Veniva a trovarlo tutte le settimane, i fine settimana, Vincenzo Monardo», dice il collaboratore. Poi anche Monardo si sarebbe trasferito a Milano. Il quadro che Ferdico consegna ai magistrati è quello di un bilocale dietro casa sua, «proprio a 50 metri», abitato da Idà, Monardo e dalla compagna di uno dei due. È da questo nucleo che, secondo il pentito, passano alcuni dei ragionamenti sulla fase preparatoria dell’omicidio Boiocchi.















