Mentre Meloni insegue al vertice Nato a Ankara le spese militari al 5% del Pil volute da Trump, ieri l’Ocse ha smontato la sua narrazione ufficiale sul lavoro. Quell’occupazione ai massimi storici «dai tempi di Garibaldi», perno del melonismo più tronfio, altro non è che il «rovescio della medaglia» di un drammatico e radicato ritardo nei salari reali. Lo ha sostenuto Andrea Garnero, economista dell’Ocse, commentando il rapporto sulle «prospettive dell’occupazione» presentato a Parigi. Nel post-Covid, a partire dal 2021, l’Italia ha mostrato un dinamismo quantitativo inatteso sul mercato del lavoro, ma la debolezza strutturale di fondo resta intatta: i salari sono sotto la media dell’area Ocse di circa 10 punti percentuali.
Lo sbandierato miracolo si regge su fondamenta d’argilla: il tasso di disoccupazione cala anche perché si sta gonfiando il bacino degli inattivi, in particolare tra le donne e i giovani. Il dato che cancella ogni dubbio sulla reale condizione sociale del Paese è il crollo verticale del potere d’acquisto. Rispetto a cinque anni fa, i salari reali in Italia sono precipitati del 6,1%. Per Garnero la perdita accumulata negli ultimi cinque anni equivale a lavorare gratis per venti giorni all’anno. La prospettiva per l’immediato futuro è persino peggiore: per il 2026 l’Ocse prevede un ulteriore calo dei salari reali dello 0,9%, seguito da un risibile +0,2% nel 2027. La causa: la guerra contro l’Iran voluta da Trump e l’effetto provocato sui mercati dell’energia e sulla speculazione sui prezzi dei beni primari che ha dato una nuova spinta all’inflazione persistente. La debolezza cronica delle retribuzioni nominali espone l’Italia a ogni minima oscillazione dei mercati: basta un moderato shock dei prezzi energetici stimato al 3%, come quello causato dalle tensioni geopolitiche in Iran, per azzerare i timidi segnali di ripresa e far sprofondare i redditi in territorio negativo.















