Ci sono tre equivoci nella posizione di Giorgia Meloni rispetto al folle riarmo promesso a Trump e alla Nato: il 5% del Pil. Il primo è che, contrariamente a quanto ha detto, la presidente del Consiglio non riuscirà a nascondere il fatto che i soldi ci sono per cannoni, droni, caccia, munizioni e «sicurezza» e non per i salari mangiati dall’inflazione, per il Welfare o per la sanità. Non serve chiudere di colpo gli ospedali, basta definanziarli, come sta già accadendo. È sufficiente rispettare le regole invisibili dell’austerità europea, le stesse che, per un altro verso, impediscono di ritirare il prestito europeo «Safe» da 14,9 miliardi da girare ai produttori di morte. Per il governo questo è un problema politico che può trasformarsi in una via crucis se, a settembre, l’Eurostat non attesterà l’uscita dalla procedura Ue di infrazione per deficit eccessivo. Se per una somma tutto sommato modesta va in tilt, figuriamoci cosa accadrà davanti a un aumento fino a 100 miliardi di euro all’anno di spesa militare dal 2035.

Il secondo equivoco di Meloni è quello per cui i soldi spesi per la difesa dovranno restare in Italia e saranno decisi secondo i tempi della politica nazionale. La tesi, già esposta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, rientra nel nazionalismo farlocco della ditta. Il problema in questo caso è che, al netto della crescita smisurata di Leonardo e Fincantieri, il disaccoppiamento dell’industria europea delle armi da quella statunitense è lontano dall’essere una realtà. Le favole sulla «Nato europea» e sull’autonomia strategica e industriale, rilanciate durante il vertice di Ankara, sono state smentite dal segretario della Nato Mark Rutte quando, in una preventiva intervista al Financial Times, ha detto che il reale beneficiario del maxi aumento della spesa militare sono gli Stati Uniti.