Al termine del vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio 2026, Giorgia Meloni ha tracciato una rotta inequivocabile: l’Italia riafferma la propria lealtà all’Alleanza Atlantica, ma rivendica la facoltà di definire in autonomia tempi e modalità degli investimenti in campo militare.

In un quadro in cui l’Organizzazione spinge per rafforzare la deterrenza e accelerare la capacità produttiva, Roma cerca di coniugare gli impegni internazionali con la tutela dell’interesse nazionale. Fulcro dei lavori è stato l’incremento della spesa per la difesa, divenuto il parametro chiave della credibilità politica degli alleati.

Dopo aver raggiunto nel 2025 l’asticella del 2% del PIL, con un esborso salito dai 23,7 miliardi del 2014 a 46,776 miliardi, l’Italia guarda ora al traguardo, fissato all’Aia nel 2025, di destinare entro il 2035 il 5% del PIL a difesa e sicurezza.

Il segretario generale Mark Rutte ha ribadito l’urgenza di trasformare obiettivi nominali in capacità concrete, ricordando anche lo stanziamento previsto per il 2026 di 70 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina. Per un Paese gravato da un alto debito pubblico e da una crescita ancora fragile, raddoppiare l’impegno finanziario resta una prova politicamente ed economicamente impegnativa.