Martedì, al vertice Nato di Ankara, Giorgia Meloni non potrà gonfiare il petto né tantomeno i muscoli. Perché, come le ricorda ormai sempre più spesso il suo (ex) amico Donald Trump, “noi americani spendiamo un sacco di dollari per difendere i nostri alleati, invece gli europei risparmiano”. E l’energumeno di Washington per una volta ha ragione. Ma, da buon populista, potrebbe anche mostrare un po’ di comprensione: se la premier italiana frena ormai da mesi sulle spese per la difesa è perché, da buona populista pure lei, per accaparrare consenso fa e dice ciò che il popolo vuole. Soprattutto a ridosso delle elezioni. E gli italiani, a sentire i sondaggi, tutto chiedono tranne che destinare miliardi e miliardi pubblici in armamenti. A maggior ragione adesso che devono fare i conti con l’impennata dei prezzi innescata dalla guerra scatenata da Trump in Iran. Così, al diavolo l’identità della destra italica che ha sempre esaltato l’idea di un “Paese militarmente forte”. Memo per i nostalgici: Mussolini parlava di “otto milioni di baionette”.
Dal vertice Nato dell’anno scorso, quando Meloni (per ingraziarsi il presidente americano) corse a firmare l’aumento delle spese per la difesa dal 2 al 5% entro il 2035, è stata tutta una frenata. E questo anche se lo smantellamento progressivo da parte di The Donald dell’Alleanza atlantica e la minaccia di lasciare l’Europa in balia di Vladimir Putin, avrebbe consigliato uno sforzo reale per garantire al Belpaese la tanto declamata “autonomia strategica” e l’invocato “rafforzamento della gamba europea della Nato”.











