Nuovo affondo social del tycoon a Giorgia Meloni alla vigilia del delicato summit di Ankara. Palazzo Chigi sceglie la linea del silenzio, mentre gli Usa aumentano il pressing sulle spese militari.

A poche ore dall'apertura del cruciale vertice Nato di Ankara, Donald Trump riaccende la miccia. Nessun canale diplomatico classico: l'attacco frontale a Giorgia Meloni arriva dritto sui social, ancora una volta attraverso la piattaforma Truth. Un meme che riapre i vecchi attriti personali proprio nel momento meno opportuno. Palazzo Chigi, per ora, sceglie la linea del silenzio. Una mossa decisamente tattica per blindare un summit già ad altissima tensione, dove sul tavolo non ci sono solo post su internet, ma i miliardi della difesa occidentale.

La linea del silenzio a Palazzo Chigi Niente repliche ufficiali, vietato fare il gioco del tycoon. Sarebbe questa la linea d'azione blindata nella notte dopo un vertice telefonico tra la premier e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Almeno per ora. L'ordine tassativo sembra infatti quello di bollare l'uscita di Trump come una provocazione estiva da ignorare, evitando di trasformarla in un caso internazionale. Ma dietro la calma apparente della diplomazia, l'irritazione nei corridoi del governo è ai livelli di guardia. Il timore concreto è che le intemperanze del presidente degli Stati Uniti possano minare mesi di equilibrismo geopolitico, faticosamente portati avanti da Roma per mantenere saldissimo l'asse con Washington. Trump a Meloni: "Serve un ordine restrittivo" Il pretesto per il nuovo affondo è una vecchia foto scattata durante il G7 di Evian. Trump l'ha rilanciata modificata, con una scritta che lascia poco spazio all'immaginazione: "serve un ordine restrittivo". Nel gergo comune statunitense significa una cosa sola: trattare la premier italiana alla stregua di una stalker da tenere a debita distanza. È il ritorno di un vecchio pallino di Trump, convinto che in Francia Meloni lo avesse inseguito pur di strappargli una foto ricordo. Un'accusa che la presidente del Consiglio aveva già rispedito al mittente con una replica rimasta agli atti: "L'Italia non implora nessuno".