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Dopo il G7 francese di Evian, che a posteriori ha segnato una delle fratture più evidenti tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ritroverà Donald Trump in occasione del summit Nato di Ankara. Se alla prima occasione il tycoon aveva rimbeccato gli Alleati per via del mancato supporto alla guerra contro l'Iran, stavolta si dibatterà sulle spese militar. Un tema che rischia di far alzare la tensione. Un anno fa, al vertice dell'Aja, l'Italia aveva sottoscritto l'impegno a raggiungere il 5% del Pil per la Difesa entro il 2035: una traiettoria che il Governo intende rispettare pur con tutti gli ostacoli che si presenteranno lungo il percorso.

Roma si presenterà quindi al summit rivendicando di aver già imboccato quella strada e Meloni porterà al tavolo un valore pari al 2,8% del Pil, composto per il 2,09% dalle spese "core" per la difesa e per lo 0,71% da investimenti nel nuovo perimetro della sicurezza che comprendono circa 15 miliardi di euro destinati alla sicurezza energetica, alla cybersicurezza e alla protezione delle frontiere. Una quota volta ad aumentare progressivamente negli anni, senza però accelerazioni immediate verso il tetto massimo dell'1,5% previsto dal nuovo schema.