Un esame spietato sull’aumento della spesa militare a beneficio dell’industria bellica statunitense attende il governo Meloni, e l’intera Unione Europea, al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio. Lo hanno fatto capire ieri i cani da guardia di Trump: il segretario della Nato Mark Rutte e l’ambasciatore Usa all’alleanza atlantica Matthew Whitaker. Il primo non poteva essere più esplicito in un’intervista pubblicata ieri dal Financial Times e poi in un consiglio dei ministri al ministero della difesa a Berlino alla presenza del cancelliere Friedrich Merz.
PER RUTTE la spinta europea al riarmo sta sostenendo 195 mila posti di lavoro nel settore della difesa negli Stati Uniti attraverso ordini di armamenti per circa 300 miliardi di dollari in due anni. Una cifra che il capo dell’Alleanza ha usato per rispondere alla frustrazione di Trump sul peso finanziario della difesa europea e per mostrare che Europa e Canada «stanno facendo la loro parte». Rutte ha però avvertito che il forte aumento della spesa militare sta spingendo al limite la capacità di assorbimento dell’industria della difesa. Il problema, ha spiegato, riguarda entrambe le sponde dell’Atlantico: non servono prezzi più alti, ma più linee produttive, più turni e più capacità di consegna.








