Dal 2,8% del Pil rivendicato da Meloni alle richieste di stop al riarmo di M5S e Avs, passando per le ritrosie della Lega sui conti pubblici e la linea europeista del Pd, la difesa è il terreno su cui la politica italiana mostra la sua massima frammentazione. Con il vertice Nato di Ankara alle porte e Trump pronto a chiedere il conto, l’Italia si presenta senza una posizione condivisa

Se c’è un tema sul quale la politica italiana si presenta in ordine sparso alla vigilia del Consiglio europeo e del vertice Nato di Ankara, è quello della difesa. L’aumento delle spese militari, il futuro degli impegni assunti in ambito Nato, il piano europeo Readiness 2030, il programma Safe e la prospettiva di una difesa comune europea stanno producendo una mappa politica molto più frammentata del tradizionale schema maggioranza-opposizione. Da un lato il governo rivendica il raggiungimento del 2,8% del Pil investito tra difesa e sicurezza. Dall’altro, le opposizioni oscillano tra chi sostiene una maggiore integrazione europea nel settore, chi chiede un deciso incremento degli investimenti e chi invece punta a fermare il riarmo e a rimettere in discussione gli obiettivi Nato. Ma differenze significative emergono anche all’interno della stessa coalizione di governo, dove convivono sensibilità diverse.