Milano. Se dal punto di vista politico il vertice di Ankara ha segnato un’evoluzione positiva nei rapporti transatlantici, dal punto di vista pratico ha fatto emergere un punto chiave: come finanziare l’aumento della spesa militare? “Nei prossimi anni, quale che sia il governo in carica, l’Italia dovrà fare scelte importanti in questo senso”, dice al Foglio Antonio Missiroli, analista responsabile per la Difesa dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, e già segretario generale aggiunto della Nato. “Tenere in ordine i conti pubblici mantenendo il disavanzo sotto la soglia del 3 per cento sarà sempre di più una priorità perché garantirebbe, per esempio, maggiore flessibilità nell’accesso ai prestiti del programma Safe che è una delle strade che si stanno aprendo insieme con la nuova banca internazionale proposta dal canadese Carney”. Il vertice di Ankara, insomma, ha il merito di avere fatto cadere un tabù mettendo gli stati europei nelle condizioni di discutere senza più remore di come raggiungere l’obiettivo di una spesa complessiva per difesa e sicurezza pari al 5 per cento del pil entro il 2035, obiettivo che serve a riequilibrare i rapporti con Washington e a creare una vera deterrenza europea. La Spagna, per esempio, ha colto l’occasione per far circolare una proposta di emissione di debito comune europeo fino a 850 miliardi in modo che i paesi fortemente indebitati possano avere maggiore spazio fiscale per investimenti a livello nazionale.Ma torniamo al quadro politico. Come fa osservare Missiroli, “i contratti annunciati e in alcuni casi già sottoscritti a ridosso del vertice riflettono la continuità delle relazioni transatlantiche, ma dicono anche che c’è una componente europea della Nato determinata ad affermarsi. Questa componente è alla ricerca di canali di finanziamento che non vadano a pesare troppo sull’indebitamento pubblico. In Italia, però, mi pare che la discussione in atto non abbia ancora trovato una sintesi nella maggioranza di governo, e la sensazione è che si tenda a rinviare tutto in autunno o addirittura alle prossime elezioni per evitare spaccature”. In effetti, il governo Meloni sta valutando se procedere con un prestito che potrebbe oscillare tra 5 e 15 miliardi di euro tramite lo strumento europeo Safe, per il quale, però, la Commissione Ue ha imposto dinamiche e tempistiche molto stringenti. E il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sta verificando se per caso l’emissione di Btp non sia anche più conveniente in termini di costi rispetto al Safe. Alla fine, Roma resta in bilico. “Lo stallo non potrà durare a lungo – osserva Missiroli – perché l’America sta chiedendo uno sforzo senza precedenti e a parte la Germania, che dispone di un ampio margine fiscale, e a parte gli alleati più esposti sul fronte nord-orientale, gli altri paesi si stanno muovendo a vari livelli”. L’Italia dovrà anche decidere come porsi nei confronti della Dsrb, Defence, security and resilience bank definita come “l’anello mancante nell’architettura finanziaria internazionale”. Stando a quanto emerso finora, dovrebbe funzionare sul modello della Bers londinese, la banca nata dopo la Guerra fredda per la ricostruzione dell’Europa orientale e dello sviluppo dello spazio ex sovietico. Vi hanno aderito nove paesi, tra cui Turchia, Grecia, Belgio e Lussemburgo, ma non (ancora) Germania, Regno Unito e Francia. L’eventuale adesione al programma Safe da parte dell’Italia precluderebbe l’accesso alla Dsrb? “Credo rappresentino canali complementari, anche perché gli istituti di credito ordinario e i fondi di investimento non possono per statuto finanziare l’equipaggiamento militare, un limite di cui occorre tenere conto”.I governi, comunque, si confrontano anche con una base elettorale alla quale devono cercare di far digerire la maggiore spesa militare in un momento in cui l’economia rallenta, il potere d’acquisto dei salari si riduce e le diseguaglianze sociali aumentano. Non sarà facile, non crede? “Certo, mentre è più semplice farlo nei paesi più esposti e più vulnerabili, l’opinione pubblica italiana non è mai stata davvero coinvolta in un serio dibattito strategico. A mio parere, gli argomenti principali da usare sono tre: ci sono rischi e minacce senza precedenti, convenzionali e ibride; la protezione americana è meno sicura ed è destinata a ridursi; infine, investire nella difesa genera lavoro qualificato, esportazioni e, perché no, maggiore autonomia a livello internazionale”.