Tra le questioni che domineranno il vertice Nato che si terrà il 7 e l’8 luglio ad Ankara ce n’è una – di natura matematica – che metterà in difficoltà il governo italiano, malgrado gli sforzi della premier Giorgia Meloni di evitare altri scontri con il presidente americano Donald Trump. Il tema è quello – sollevato qui da Alberto Gentili – del disarmo populista intrapreso dal governo italiano, che per timore di perdere consensi sta venendo meno a patti e progetti già messi nero su bianco nel settore della difesa.
Roma si presenterà al summit rivendicando di aver già imboccato la strada promessa, ovvero l'impegno ad aumentare le spese per la difesa e la sicurezza fino al 5% del Pil entro il 2035. Fonti italiane sottolineano che il dato che Meloni porterà al tavolo è pari al 2,8% del Pil, composto per il 2,09% dalle spese "core" per la difesa e per lo 0,71% da investimenti nel nuovo perimetro della sicurezza, che comprendono circa 15 miliardi di euro destinati alla sicurezza energetica, alla cybersicurezza e alla protezione delle frontiere.
Ma non sarà facile, per la premier, convincere Trump e gli altri grandi contribuenti della Nato del fatto che l’Italia sta facendo abbastanza per sostenere un aumento del ruolo europeo nell’Alleanza.












