Ragionando in termini classici, si sarebbe portati ad affermare che gli europei non arrivino male al vertice della NATO in Turchia. E ciò dovrebbe essere riconosciuto anche dal nostro alleato americano. Da una parte, la prosecuzione del sostegno militare a Kyev, dopo le indiscrezioni sui piani che Putin starebbe elaborando per mettere alla prova l’Alleanza in Polonia. Dall’altra, un ulteriore rafforzamento della difesa collettiva, continuando a perseguire l’obiettivo del «5x5» concordato l’anno scorso all’Aja: la spesa militare degli alleati al 5% del PIL entro il 2035, per preservare l’articolo 5 della NATO (secondo cui un attacco contro uno Stato membro viene considerato un attacco contro tutti gli altri). Questi sforzi, però, non sembrano aver molto addolcito Trump.
Alla vigilia del vertice, il presidente ha giudicato «ridicolo» che gli Stati Uniti continuino a sostenere la quota prevalente dei costi dell’Alleanza. Aggiungendo di partecipare al summit solo per il rispetto dovuto al presidente Erdoğan.
Quest’ultimo riferimento rappresenta un indizio importante per comprendere dove risieda l’elemento strutturale della politica di Trump nei confronti della NATO. Il Presidente non è interessato tanto all’elemento strategico quanto alla spesa militare e alla sua ripartizione. La Repubblica fondata da Atatürk, infatti, ha da tempo dismesso il kemalismo e il tradizionale ancoraggio al campo occidentale. Si muove oramai come una potenza di frontiera, dentro e fuori la NATO, dialogando con l’Occidente, ma anche con Putin. Quest’attitudine dovrebbe preoccupare. Ma quel che conta agli occhi di Trump, è che in dieci anni la Turchia ha quasi raddoppiato la propria spesa militare. E, ancor più, il fatto che Ankara abbia sposato in toto gli obiettivi americani di riarmo.











