L’obiettivo Nato del 5% del Pil destinato alla difesa entro il 2035 appare lontano per quasi tutti i membri dell’Alleanza, ma non per la Polonia invitata con un tono minaccioso due giorni fa dal Cremlino «a riflettere sulla propria sicurezza» per il sostegno militare offerto a Kiev. Varsavia si presenta al vertice di Ankara in un momento in cui i rapporti con Kiev non sono più idilliaci.
Domenica scorsa il ministro della Difesa polacco, Władysław Kosiniak-Kamysz, ha annunciato che la Polonia renderà pubblico l’intero registro delle forniture militari all’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa del 2022. La decisione è arrivata dopo che alcuni esponenti dell’opposizione hanno accusato il governo di aver trasferito segretamente a Kiev missili intercettori Pac-3 destinati ai sistemi di difesa aerea Patriot. Il governo non ha confermato alcun trasferimento di Patriot, ma il premier Donald Tusk ha preferito fare chiarezza sulla vicenda. Un’altra questione riguarda lo stallo nei negoziati tra Varsavia e Kiev sullo scambio di forniture militari.
L’accordo prevede che la Polonia ceda all’Ucraina ulteriori caccia MiG-29 di fabbricazione sovietica in cambio di una fornitura di droni. Varsavia ha interesse a dismettere i MiG-29, poiché le forze armate polacche li stanno progressivamente sostituendo con mezzi più moderni, tra cui F-16, FA-50 e F-35. Kiev, tuttavia, non sembra particolarmente interessata a chiudere il baratto. Ma anche l’Ucraina punta a ottenere piattaforme più avanzate, proprio come il Paese sulla Vistola. La frattura appare ancora sanabile, ma qualcosa sembra essersi incrinato nei rapporti tra i due vicini. A maggio, infatti, ha suscitato polemiche la decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di intitolare un’unità militare all’Esercito Insurrezionale Ucraino (Upa), responsabile dei massacri di Volinia durante la Seconda guerra mondiale, nei quali furono uccisi migliaia di polacchi. In risposta, il presidente polacco Karol Nawrocki, con il quale Tusk è costretto a coabitare, ha chiesto a Zelensky di rinunciare all’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza statale polacca.















