Per anni il dibattito sul ruolo della Turchia all’interno della Nato si è concentrato quasi sempre sugli aspetti più problematici del rapporto tra Ankara e l’Alleanza: l’acquisto delle batterie missilistiche russe S-400, che ancora oggi costa alla Turchia l’esclusione dal programma F-35, il veto sull’ingresso della Svezia, le tensioni con Grecia e Cipro, il rapporto ambiguo con Mosca, il deterioramento dello stato di diritto. Questioni in parte ancora irrisolte, che continuano a pesare nella relazione con le cancellerie occidentali. Del resto, il vertice si apre mentre in Turchia proseguono gli arresti e le restrizioni. Da fine giugno sono oltre 200 le persone arrestate nell’ambito dell’ultima stretta delle autorità. Ma il summit di Ankara racconta anche un’altra storia, quella di una Turchia che, sebbene rimanga un alleato difficile, rappresenta un pilastro sempre più importante della nuova architettura di sicurezza europea, mediterranea e mediorientale. La cornice è quella di una Nato in piena trasformazione. Gli alleati europei hanno capito che la questione non è più se dovranno assumersi maggiori responsabilità, ma quanto rapidamente riusciranno a farlo. Le discussioni sul burden sharing stanno lasciando spazio al burden shifting, dove il punto non sarà solo spendere di più, ma saper trasformare quella spesa in capacità reali, dalla produzione alle scorte, fino a filiere industriali più solide e a una deterrenza credibile. E’ qui che per Ankara si apre una nuova finestra di opportunità.Negli ultimi dieci anni la Turchia ha investito in modo massiccio nella propria industria della Difesa, costruendo un ecosistema capace di produrre droni, sistemi navali, mezzi terrestri, munizioni ed elettronica militare. Le esportazioni turche nel settore della Difesa e dell’aerospazio sono quasi raddoppiate dal 2023 e hanno superato la soglia dei 10 miliardi di dollari nel 2025. Fino a pochi anni fa, molti dentro la Nato guardavano a questa crescita con diffidenza. Oggi, oltre a presentarsi come un alleato necessario sul piano geografico e militare, la Turchia può far valere queste capacità. Un messaggio che parla direttamente ai diktat di Trump e che si allinea alle priorità dettate dal segretario generale della Nato Mark Rutte, che ha indicato proprio nella capacità produttiva e industriale uno dei punti centrali della nuova èra dell’Alleanza.Il risultato è un paradosso sempre più evidente: mentre a livello comunitario l’Unione europea mantiene Ankara ai margini dei nuovi strumenti europei per la Difesa, dentro il quadro Nato diversi stati membri stanno rafforzando bilateralmente la cooperazione con l’industria militare turca. Uno dei primi segnali di questa nuova fase riguarda direttamente l’Italia. La joint venture tra Leonardo e Baykar, dedicata alla coproduzione di velivoli senza pilota destinati al mercato europeo, mostra come la Turchia abbia deciso di entrare nell’ecosistema della Difesa europea non dalla porta delle istituzioni, ma da quella delle fabbriche e delle supply chain. Non si tratta soltanto di acquistare una piattaforma, ma di creare filiere comuni. E’ uno schema che si sta lentamente estendendo ad altri paesi europei, dalla Spagna alla Polonia. Persino la Francia ha ammorbidito le sue posizioni, aprendo alla cooperazione sul sistema di difesa missilistico Samp-T.Ankara usa queste aperture anche per pesare nel rapporto, oggi più fragile, tra Europa e Stati Uniti. Per anni la Turchia ha chiesto alla Nato di non guardare soltanto al fronte orientale, ma anche al fianco sud. Su questo terreno ha trovato una convergenza naturale con alcuni paesi mediterranei, a partire da Italia e Spagna, che vedono nella stabilità del Mediterraneo, del nord Africa e del medio oriente una parte essenziale della sicurezza europea. Oggi quella richiesta appare meno isolata. La Turchia vuole presentarsi come garante del fronte meridionale non solo perché controlla una posizione geografica decisiva, ma perché è presente in quasi tutti i teatri che oggi condizionano la stabilità europea. Una centralità spesso scomoda e a volte ambigua per gli interessi europei, ma reale. Il vertice di Ankara diventa così il luogo in cui Erdogan può provare a trasformare la centralità geografica e militare della Turchia in peso politico e industriale. Più che segnare una riconciliazione tra Ankara e l’Europa, il summit certifica una realtà ormai difficile da ignorare. La sicurezza euro-atlantica continuerà a poggiare anche sulla Turchia e Ankara farà di tutto perché il suo ruolo venga riconosciuto.
Così Erdogan ha fatto diventare la Turchia centrale nella nuova Nato
Investimenti sostanziosi nella Difesa e un crescente interesse dei paesi europei per la regione. Così il leader dell'Akp ha saputo rendersi un interlocutore necessario per l'Alleanza atlantica











