Spesso si pensa che l’emergenza per le persone fragili riguardi solo il gelo invernale. Sbagliato: il caldo estremo uccide altrettanto. Il condizionatore è un lusso? Neanche. Lorenzo De Vidovich, ricercatore in Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di Trieste, studia come la mancanza di sistemi di raffrescamento penalizzi le fasce più deboli, dagli anziani ai disoccupati.Lorenzo De Vidovich, ricercatore in Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di TriesteEsiste una definizione specifica per questo fenomeno?Sì, si parla si povertà da raffrescamento, la traduzione dell’inglese cooling poverty , una branca contemporanea del più ampio tema della povertà energetica. Riguarda l’impossibilità, da parte delle famiglie, di sostenere le spese o di accedere alle tecnologie necessarie per mantenere un ambiente domestico termicamente adeguato durante le ondate di calore o, più in generale, durante l’intera stagione estiva. Stagione estiva che, tra l’altro, si è dilatata. Quest’anno la prima ondata di calore ha colpito diverse regioni italiane già a fine maggio, quando formalmente eravamo ancora in primavera.Quali sono i fattori principali che alimentano questa forma di povertà?Quello economico, naturalmente. Un reddito insufficiente impedisce di intervenire per migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione. Le famiglie vulnerabili vivono spesso nei grandi complessi di edilizia residenziale pubblica o in case private degradate, che non offrono condizioni termiche favorevoli alla mitigazione del caldo. E i climatizzatori costano. Anche laddove si possa beneficiare di detrazioni fiscali, il recupero del denaro avviene ex post. E se la spesa iniziale va anticipata, chi ha redditi bassi non può sostenerla. Ci si affida così a soluzioni di fortuna, come correnti d’aria o piccoli ventilatori che incidono sulla bolletta elettrica ma mitigano l’impatto solo parzialmente. La combinazione tra redditi bassi, case inefficienti e assenza di climatizzazione genera gravi conseguenze sulla salute, esacerbando patologie pregresse, soprattutto negli anziani.Le nostre case, storicamente, sono state progettate per difenderci dal freddo, non dal caldo.Esatto. Se guardiamo all’Italia, l’edilizia pubblica del secondo dopoguerra rispondeva a una fase storica diversa. La priorità dei governi era dare una casa alla classe operaia e non si includevano le questioni climatiche o l’efficienza termica estiva nei criteri costruttivi. L’emergenza di oggi era, allora, imprevedibile ma i dati sono allarmanti. Un recente rapporto di ricerca del Joint Research Centre della Commissione Europea, basato su indagini statistiche dell’Ue, mostra che nel 2023 il 26% delle famiglie europee ha avuto difficoltà a mantenere la propria abitazione a una temperatura confortevole durante l’estate. Questa quota sale al 34,8% se consideriamo il quintile di reddito più basso. Inoltre, questo problema non risparmia più il Centro e il Nord Europa. Anche in quei Paesi, dove il riscaldamento invernale è eccellente, il patrimonio edilizio non è progettato contro il surriscaldamento. La cooling poverty , pur con intensità diverse, colpisce ormai l’intero continente.Spesso si consiglia agli anziani soli di restare chiusi in casa con il caldo, ma a volte le loro abitazioni si trasformano in trappole termiche. Non sarebbe meglio favorire l’uscita verso luoghi freschi?Certamente, ma qui subentra il tema dell’isolamento. La fragilità si accentua se mancano infrastrutture sociali nei quartieri, cioè spazi pubblici di convivialità e attività collettiva dove le persone possano rifugiarsi nelle ore più calde. Servirebbero interventi coordinati dei servizi sociali e delle politiche urbane per creare spazi di socialità climatizzati o aree verdi urbane adeguate, le cosiddette Nature-Based Solutions, per evitare che l’anziano sia confinato e abbandonato tra le mura domestiche.Questo scenario peggiora nelle periferie delle grandi città e nelle aree interne del Paese. O no?Nelle periferie urbane il fenomeno è marcato. Molti quartieri popolari non hanno spazi verdi pubblici accessibili a breve distanza. Nelle città le reti relazionali teoricamente ci sono, ma non sempre riescono a raggiungere chi ha davvero bisogno. Nelle aree interne l’accesso a un rifugio climatico naturale, come boschi o aree collinari, è forse più immediato sebbene emergano due problemi, ovvero le difficoltà di spostamento per chi non ha l’auto e la forte inefficienza termica delle case rurali o antiche. Di fatto, con modalità diverse, il rischio finale è lo stesso della periferia urbana.C’è anche un legame meteorologico preoccupante tra il caldo estremo e altri fenomeni atmosferici violenti. È corretto?Sì. L’aumento dei giorni di calore estremo porta con sé l’altra faccia della medaglia, le precipitazioni intense e improvvise. Parliamo di fenomeni come i downburst , forti correnti d’aria fredda che scendono dalle nubi temporalesche causando nubifragi violentissimi. Se pensiamo a regioni come il Friuli Venezia Giulia o la Liguria, territori ad altissima densità di popolazione anziana e fortemente esposti al rischio idrogeologico, le conseguenze di questi eventi estremi su famiglie isolate fuori dai centri urbani possono essere drammatiche. Un temporale violentissimo interrompe la mobilità e acuisce l’isolamento sociale di chi già fatica ad accedere ai servizi essenziali.C’è infine un impatto sistemico che riguarda la transizione energetica e le nostre reti elettriche. Cosa accade durante i picchi di calore?Questo è un tema cruciale che va integrato nelle politiche di contrasto alla povertà energetica e di protezione dei consumatori vulnerabili. La temperature molto alte provocano un’impennata della domanda di energia elettrica per far funzionare i condizionatori. Questo picco mette sotto stress la rete elettrica provocando i blackout e facendo lievitare i prezzi dell’elettricità sul mercato, specialmente se le centrali termoelettriche devono ridurre la produzione a causa della scarsità d’acqua per il raffreddamento. Fortunatamente il fotovoltaico aiuta a compensare la produzione diurna, ma poiché le ondate di calore sono destinate a intensificarsi, diventa urgente lavorare sulla flessibilità della domanda – sia residenziale che industriale – e investire in sistemi di stoccaggio dell’energia.