“Con il cambiamento climatico, l’aria condizionata è diventata una protezione sanitaria, non più un comfort. Ma non è sufficiente per garantire la sicurezza termica delle persone. Affidarsi soltanto ad apparecchi privati significa lasciare ai singoli, e al loro reddito, la soluzione di un problema collettivo e politico“. A spiegare a ilfattoquotidiano.it il legame stretto che tiene insieme cambiamenti climatici e disparità sociali è Giacomo Falchetta, ricercatore del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc). La possibilità di proteggersi dal caldo estremo nelle proprie case è diventata un nuovo indicatore di disuguaglianza. Non tutti possono permettersi di installare un condizionatore, né di affrontare l’aumento delle bollette che deriva dal suo utilizzo. Ma la climatizzazione pone anche un’altra questione: può proteggere la salute senza aggravare la crisi climatica?
L’aria condizionata è una soluzione o parte del problema?
È una tecnologia molto efficace per ridurre l’esposizione al caldo e può avere benefici importanti sulla salute, soprattutto per anziani e persone fragili. Allo stesso tempo è energivora: se l’elettricità continua a essere prodotta in larga parte con combustibili fossili, l’aumento dei consumi genera nuove emissioni e contribuisce al riscaldamento globale. Il circolo vizioso senz’altro esiste. Ma il problema principale non è l’apparecchio in sé, è il modo in cui produciamo l’energia che lo alimenta. Trovo fuorviante trasformare il dibattito in una questione morale individuale. L’aria condizionata è uno strumento di adattamento al caldo estremo, dovuto al cambiamento climatico. Il problema va ricercato molto più a monte rispetto al comportamento del singolo cittadino. Naturalmente servono apparecchi efficienti e un uso consapevole, ma la responsabilità principale è politica: bisogna decarbonizzare il sistema elettrico e creare le condizioni perché le persone possano proteggersi senza generare altre emissioni.






