Il voto di Venezia, e la delusione che ha portato, ci suggerisce una domanda: su cosa si giocano veramente le campagne elettorali? Nonostante l’enfasi con cui vengono evocati, si può dire che i programmi (gli elenchi delle cose da fare) valgono fino ad un certo punto.

Ciò che conta è la capacità di imporre l’agenda del discorso politico: ciò che gli studiosi della materia definiscono come la issue salience, ovvero la capacità di dettare le questioni «salienti» su cui deve pronunciarsi, e su cui si orienta, l’opinione pubblica.

Vince chi riesce a far passare il proprio messaggio sulle questioni che, in quel momento, appaiono dominanti, ma vince soprattutto chi riesce a lanciare un messaggio che abbia due caratteristiche: da un lato, compattare il proprio tradizionale bacino elettorale e, dall’altro, scegliere temi che riescano ad incunearsi anche nell’elettorato più lontano. Ne abbiamo un evidente esempio sotto gli occhi, da tempo e non solo in Italia: avendo la sinistra abbandonato il fronte della difesa e della protezione degli interessi popolari, la destra è riuscita ad imporre il tema della sicurezza e dell’immigrazione come il motivo saliente del discorso pubblico. E su questo ha costruito una strategia egemonica. Anche a Venezia, a quanto pare, la destra ha puntato si un discorso violento sugli immigrati, ma poi – concretamente – ha consolidato il blocco degli interessi legati alla rendita turistica e immobiliare che ha coltivato negli ultimi dieci anni. Evidentemente, le polemiche sulla Biennale o su La Fenice non hanno contato un accidente.