La tentazione, guardando le amministrative del fine settimana, è dire: tutto si decide a Venezia. E in parte è vero. Venezia è la città più importante, la copertina nazionale, il laboratorio più visibile, la sfida in cui il centrosinistra sogna di chiudere il ciclo Brugnaro e il centrodestra prova a dimostrare che la stagione civica nata nel 2015 non è stata una parentesi. Ma il voto nei diciotto capoluoghi di provincia (15 nelle regioni a statuto ordinario e tre in Sicilia, in tutto sono coinvolti 744 comuni, totale di 6,4 milioni di elettori) dice qualcosa di più interessante: racconta lo stato reale delle coalizioni quando devono smettere di fare dichiarazioni e scegliere compromessi. Il primo dato è che il centrosinistra arriva unito, sì, ma spesso a fatica.La formula del campo largo esiste, e in molte città funziona. Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza verdi e sinistra, civiche e Italia viva si ritrovano insieme più spesso di quanto accadesse qualche anno fa. Questa è una novità politica non piccola. Il Movimento 5 Stelle, che per anni ha costruito la propria identità sull’incompatibilità con i partiti tradizionali, ormai accetta con crescente naturalezza di stare in coalizioni guidate o partecipate dal Pd. E Italia viva, che dopo la rottura con il Pd sembrava destinata a essere una forza strutturalmente laterale, è diventata quasi una presenza costante del campo largo: non sempre con il simbolo, non sempre in posizione dominante, ma quasi sempre dentro l’area riformista che accompagna il centrosinistra. Naturalmente questa unità non è una fusione. E’ una convivenza. In alcune città il campo largo c’è davvero; in altre è un campo allargabile; in altre ancora è un campo rattoppato. La differenza è decisiva. Un conto è presentarsi uniti perché si condivide un progetto urbano, un conto è farlo perché l’aritmetica del ballottaggio lo impone. Venezia, Prato, Fermo, Chieti, Avellino sono prove diverse dello stesso esperimento: il centrosinistra può essere competitivo solo se riesce a sommare culture politiche che fino a ieri si guardavano con sospetto. Ma la somma, da sola, non basta. Serve un candidato credibile, serve un’agenda, serve la sensazione che non si tratti solo di un cartello elettorale contro la destra.Il centrodestra, al contrario, si presenta mediamente più compatto. E’ il vantaggio naturale di una coalizione che governa insieme a livello nazionale e che, alle amministrative, conosce meglio l’arte della disciplina. Ma anche qui il quadro è meno granitico di quanto sembri. A Chieti e Avellino le divisioni sono reali, con pezzi della coalizione che corrono separati. A Fermo, Forza Italia si muove fuori dallo schema principale. A Crotone, l’unità c’è, ma passa attraverso liste civiche e presenze meno esposte. Sono scricchiolii, non terremoti. Però servono a ricordare che anche il centrodestra, quando scende sui territori, non è un monolite: è una coalizione di partiti con ambizioni diverse, classi dirigenti locali gelose, rapporti di forza da ridefinire.Poi c’è il centro. E qui il caso più interessante è Azione. Carlo Calenda ha scelto una linea che si può descrivere in due modi. Il primo, più nobile: autonomia. Azione decide città per città, candidato per candidato, senza farsi arruolare né dalla destra né dalla sinistra. Il secondo, meno nobile: i due forni. A Venezia e Reggio Calabria sta con candidati di centrodestra; a Chieti e Andria con il centrosinistra; altrove prova soluzioni autonome o terzopoliste. Il problema non è la libertà di scelta, che per un partito centrista è persino fisiologica. Il problema è la leggibilità. Se l’elettore non capisce qual è il criterio, l’autonomia rischia di sembrare ambiguità. E Venezia, da questo punto di vista, è la prova più delicata: nella città più importante, Azione poteva provare a imporre un’agenda liberale su turismo, residenza, Porto, Mose, industria culturale, terraferma. Scegliendo il candidato del centrodestra, rischia invece di essere percepita più come stampella che come motore, specie se il centrodestra dovesse perdere la sfida.Oltre Venezia, le città da guardare sono almeno cinque. Reggio Calabria, perché è la partita che il centrodestra vuole strappare al centrosinistra e perché misura il peso di Forza Italia nel Sud. Salerno, perché lì non si vota semplicemente per un sindaco ma per capire se il deluchismo è ancora più forte dei partiti che lo hanno accompagnato e poi subìto. Prato, perché il centrosinistra prova a ricostruire credibilità dopo il trauma del commissariamento e perché la città è un concentrato di temi nazionali: lavoro, immigrazione, sicurezza, distretto produttivo. Chieti e Avellino, perché sono i due luoghi in cui le divisioni del centrodestra possono regalare al campo largo una possibilità inattesa. E poi ci sono Arezzo e Pistoia, dove la destra deve dimostrare che il suo radicamento nelle ex zone rosse non è stato un incidente.Il voto, dunque, non dirà solo chi vince e chi perde. Dirà chi è più capace di allargarsi senza snaturarsi. Il centrosinistra deve dimostrare che il campo largo non è solo una formula romana buona per i comunicati. Il centrodestra deve dimostrare che la compattezza nazionale regge anche davanti alle ambizioni locali. Il centro deve dimostrare che non è un taxi che porta voti ora di qua ora di là, ma una forza che cambia l’agenda. Venezia sarà il titolo. Ma il vero articolo lo scriveranno tutte le altre città.