C’è qualcosa di profondamente rivelatorio nella velocità con cui Donald Trump ha trasformato la retorica del «Mandarli tutti all’inferno a suon di bombe» in quella del «Memorandum of Peace». Sembra che stavolta la severa grammatica della realpolitik si sia imposta sulle ambizioni massimaliste dei guerrafondai di entrambe le sponde. Tuttavia, per raggiungere il punto finale dell’intesa che aprirà ai negoziati finali, ci sono ancora poche ore o giorni di distanza.

Parliamo con Arash A. (il cognome è coperto per motivi di sicurezza), giornalista, critico e artista iraniano che da molti anni segue l’andamento della politica estera di Teheran.

Il Memorandum of Peace è definitivo? Qual è la sua valutazione?

Dall’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei (28 febbraio) fino alle frenetiche ore di trattative mediate dal Pakistan sono passati 84 giorni di dolore, ansia, paura e incertezza per la popolazione iraniana. Qualsiasi cosa che ponga fine a tutto questo è buona. Ora però ci troviamo sospesi in uno «hiatus strategico», una situazione né di pace né di guerra. È una pausa comprata a caro prezzo. Il Memorandum non è un trattato, non prevede robusti meccanismi di verifica. È un mezzo per comprare tempo. Sessanta giorni durante i quali tutti possono tornare a respirare senza aspettarsi una bomba o un drone sulla testa. La ragione di questo arretramento non è un’improvvisa ispirazione creativa della diplomazia, ma il peso dei fatti sul campo. Noi abbiamo bisogno di un respiro finanziario per evitare il collasso interno e il malcontento diffuso e trasversale che sta mettendo economicamente in ginocchio le famiglie. Trump deve stabilizzare i mercati energetici prima del giudizio delle elezioni di novembre. Questa convergenza ha prodotto una tregua tattica con le sembianze della diplomazia, che certo non si chiama pace.