Aveva promesso fuoco, fiamme e il rovesciamento del regime iraniano. Invece, come ampiamente previsto da chiunque abbia mai aperto un libro di storia mediorientale, Donald Trump è rimasto col cerino in mano. Tre mesi fa, a fine febbraio, gli Usa e Israele hanno iniziato a scaricare bombe sull’Iran con l’illusione di azzerare il programma nucleare e far sfilare la democrazia a Teheran. Oggi, dopo aver preso sberle a destra e a manca, e speso miliardi, l’uomo di Mar-a-Lago mendica un “memorandum di Pace” che ha tutta l’aria di una sconfitta strategica senza precedenti.

Il piano del Pentagono – guidato dal tatuato ed esaltato Ministro della Guerra Pete Hegseth – era velleitario fin dall’inizio: ammazzare Ali Khamenei, mandare avanti le truppe curde a invadere il Paese e magari riesumare dal sarcofago l’ex presidente negazionista Ahmadinejad per metterlo a capo del nuovo governo fantoccio. Roba che neanche nei peggiori bar di Caracas. Risultato? Gli ayatollah sono più compatti di prima, il popolo iraniano – atterrito dai massacri – se n’è guardato bene dal fare la rivoluzione conto terzi, e l’America si è schiantata contro il muro della realtà.

La vera perla strategica del Comando Centrale agli ordini di Hegseth, però, è stata sottovalutare lo Stretto di Hormuz. I Guardiani della Rivoluzione, che le esercitazioni su questo scenario le facevano da anni, lo hanno ovviamente sigillato, strozzando i rifornimenti energetici mondiali. E ora lo ha capito perfino Meloni – super trumpiana fino a un minuto fa – che il duo Trump-Hegseth è un flagello per l’economia, le famiglie e le imprese. Di colpo, a Washington è scoppiato il panico. Il presidente, terrorizzato dal crollo dei consensi per il caro benzina (è al minimo storico nei sondaggi e perderà le elezioni di metà mandato), ha iniziato a fare il pianto greco su Truth Social annunciando un fantomatico e imminente accordo per riaprire lo Stretto.