La bozza dell'accordo c'è. Iran e Stati Uniti hanno trovato un compromesso per prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni, riaprire lo Stretto di Hormuz e discutere poi in una seconda fase del programma nucleare di Teheran. Il problema però è che mancano ancora le firme dei due leader. Donald Trump si è preso due giorni per riflettere. «Non farà un cattivo accordo. È stato chiaro», ha assicurato il segretario al Tesoro Scott Bessent. Ma mentre il tycoon continua a colpire l'Iran e a minacciare chi collabora con la Repubblica islamica (sorprendentemente anche l'Oman), anche a Teheran manca il via libera di Mojtaba Khamenei. La Guida suprema, ferita ma in grado di condurre il Paese, non ha ancora dato il suo assenso, anche per le enormi difficoltà comunicative. E in attesa del semaforo verde del presidente e del "rahbar", il pericolo è che tutto possa naufragare all'ultimo.
I PILASTRI L'intesa si basa su quelli che sono da sempre i pilastri del negoziato. L'idea non è di raggiungere un accordo definitivo, ma di ampliare la tregua permettendo così di arrivare a un compromesso sull'uranio nel secondo round. Nel frattempo, però, Washington e Teheran devono sciogliere un primo nodo: il transito attraverso Hormuz. Un'area strategica, dove in questi giorni gli Usa sono tornati a colpire le postazioni dei Pasdaran, che a loro volta hanno risposto al fuoco rivendicando anche attacchi contro le basi americane. Nella bozza che circola in queste ore, si parla di un impegno iraniano a non imporre alcun tipo di restrizione e pedaggi. La Repubblica islamica, inoltre, deve rimuovere entro un mese le mine piazzate durante il conflitto. Parallelamente, verrà rimosso anche il blocco delle forze navali americane contro i porti iraniani. E secondo l'emittente israeliana Channel 12, vi sarebbe anche un ritiro delle forze Usa arrivare nell'area per l'operazione "Epic Fury" solo in caso di accordo definitivo. Il memorandum include anche un patto sull'arrivo degli aiuti umanitari in Iran e sul graduale allentamento delle sanzioni e lo sblocco dei fondi congelati all'estero. Meccanismo che si baserà sugli impegni rispettati dalla Repubblica islamica.IL PROGRAMMA NUCLEARE Ma se nella prima fase si prevede una sorta di promessa di Teheran a non fare nulla per sviluppare un'arma nucleare, è nel secondo step che diventerà tutto più chiaro: quando si discuterà in concreto del programma atomico del Paese. E sul tema, i problemi da affrontare non sono pochi. Washington vuole che il regime rimuova le scorte di uranio altamente arricchito. In questi giorni si era discusso di trasferire in Cina i 440 chilogrammi posseduti dall'Iran, mentre prima si parlava della Russia. Gli Usa vorrebbero una soluzione definitiva distruggendo tutto il combustibile nucleare. Ma insieme a questo dossier c'è anche da comprendere come si potrà davvero porre fine al programma atomico, su cui la Repubblica islamica ha però accettato le ispezioni dell'Aiea. Khamenei non può rinunciare formalmente a un programma che è diventato anche un simbolo. I "falchi" iraniani credono che quello sia ormai l'unica assicurazione del regime insieme a Hormuz. E in questa fase di incertezza, la leadership del regime vuole anche garanzie sullo sblocco dei fondi congelati all'estero. Decine i miliardi di dollari che Teheran reclama e che servono a far respirare un Paese in profonda crisi finanziaria.Allo stesso tempo, però, anche la Casa Bianca ha i suoi "falchi", che hanno storto il naso dopo le prime bozze dell'accordo. E tra i più critici nei riguardi della possibile intesa c'è anche il principale alleato di Trump in Medio Oriente: Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano non può vendere questo accordo al suo elettorato come una vittoria. All'interno dello Stato ebraico, le critiche sul conflitto piovono da destra ma anche dall'opposizione. Per Channel 12, nell'intesa tra Iran e Usa vi sarebbe anche una tregua in Libano, dove però Israele manterrebbe il diritto di colpire le minacce immediate poste da Hezbollah, che continua a infiltrare droni ad alta tecnologia nell'Alta Galilea e usarli contro l'esercito israeliano. Ed è proprio lì che "Bibi" ha deciso di aumentare l'offensiva.I FRONTI L'Idf è tornata a colpire un edificio di Beirut, la capitale che l'amministrazione americana voleva che fosse esclusa dai bombardamenti. Continuano le evacuazioni dei villaggi del sud e sale ogni giorno il numero dei morti. E mentre il conflitto si espande sul fronte nord, il governo israeliano ha messo di nuovo nel mirino anche il fronte sud, quello di Gaza. «Controlliamo il 60% della Striscia, ma puntiamo al 70», ha dichiarato Netanyahu.










