Accordo o non accordo, guerra o pace in Medio Oriente? Il dilemma amletico del presidente statunitense Donald Trump rimane irrisolto. Non perché Trump sia imprevedibile, non lo è affatto. E nemmeno perché sia incapace: sebbene abbia già dato ampia prova della propria incompetenza, e di quella dei suoi negoziatori, il suo altalenare di queste settimane non è dovuto a questo. Trump non fa pace con se stesso perché si è cacciato in un buco nero in cui la scelta è tra il male e il peggio. E non sa come uscirne. Nel fine settimana, Trump aveva dichiarato che i negoziati con l’Iran andavano a gonfie vele e che un accordo era alle porte. I negoziatori iraniani, guidati dallo speaker del parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Aragchi, si erano recati in Qatar per mettere i tocchi finali sull’intesa. Poche ore dopo, però, Teheran ha annunciato che un accordo non è imminente, e gli Stati Uniti hanno attaccato alcune basi di lanciatori nel sud dell’Iran. Il prezzo del petrolio continua l’altalena a cui assistiamo da quando è entrato in vigore il fragile cessate il fuoco del mese scorso. Perché non si delinea chiaramente uno scenario in Medio Oriente? Sarebbe facile rispondere con la solita spiegazione sull’imprevedibilità di Trump. Ma sarebbe sbagliata. Trump non è imprevedibile: è semplicemente in profonda difficoltà. Per quanto non sia Metternich, anche lui non può ignorare che le opzioni a sua disposizione variano dal male al peggio.
Iran e Israele, bombe sulla tregua. Trump all’angolo
Il dilemma è tra un cattivo accordo o la guerra. E Teheran usa il tempo come leva negoziale













