Da giorni si rincorrono le voci su un possibile accordo tra Stati Uniti e Iran. Ci siamo quasi. Pronti alla firma. Meglio aspettare. Pronti alla guerra. Come sempre accade nei passaggi più fragili della diplomazia mediorientale, a un passo dalla riuscita può ancora cambiare tutto. Soprattutto se a recitare le battute sono, ancora una volta, personaggi in cerca d’autore. Donald Trump parla come se l’intesa fosse già nelle sue mani, quando in realtà resta sospesa, incompleta, piena di clausole da definire. La Repubblica islamica frena, rallenta ogni entusiasmo e sventola le sue linee rosse: Hormuz non si consegna, il nucleare non si smantella, la sovranità strategica iraniana non si mette all’asta. Israele sobbalza a ogni parola che contenga “tregua”, “pace”, “Libano”, perché teme che il prezzo dell’accordo sia il congelamento di una guerra che Netanyahu aveva immaginato come definitiva. E i Paesi arabi del Golfo, stretti tra paura, stanchezza e vulnerabilità economica, non sanno più a chi votarsi pur di non essere trascinati nel disastro che oggi è il Medio Oriente. È in questo quadro che prende forma quella che viene già chiamata “l’Intesa di Islamabad”: non una pace, ma un memorandum di partenza. La bozza ruoterebbe attorno a pochi punti essenziali: cessate il fuoco prorogato, riapertura dello Stretto di Hormuz, rimozione delle mine, alleggerimento del blocco americano sui porti iraniani, deroghe alle sanzioni per consentire a Teheran di vendere petrolio, possibile sblocco dei beni iraniani sequestrati all’estero. Sullo sfondo, la ripresa dei colloqui sul nucleare: come un anno fa, prima della guerra dei “dodici giorni”, come a febbraio, prima dell’avvio di questo conflitto, come ogni volta in cui la diplomazia prova ad avere la meglio e viene sempre travolta dal fuoco delle armi. I Paesi del Golfo hanno avuto un ruolo decisivo in questa sterzata. Non per idealismo diplomatico, ma per paura. Le monarchie arabe hanno visto da vicino cosa significa una guerra lunga con l’Iran: droni, missili, traffici paralizzati, assicurazioni marittime fuori controllo, rotte energetiche bloccate, economia regionale sospesa. La chiusura di Hormuz ha già prodotto danni enormi, stimati dagli Emirati in almeno 30 miliardi di dollari. Hormuz, difatti, è il cuore di questa intesa imperfetta. Ma è anche la spada di Damocle. Per Washington, riaprire lo stretto significa ristabilire la libertà di navigazione. Per Teheran, invece, può significare far tornare le navi senza rinunciare alla volontà di dominarlo. La differenza è enorme. Una cosa è una rotta internazionale libera; un’altra è una navigazione concessa, regolata, sorvegliata da chi ha dimostrato di poterla interrompere. I Pasdaran non vogliono abbandonare questa leva. Per loro Hormuz è la prova che la guerra non è stata persa: è la carta conquistata sul campo. Prima di parlare di normalità, inoltre, bisognerà bonificare le acque minate. Serviranno dragamine, scorte navali, e forze capaci di riaprire fisicamente il passaggio. La tregua, insomma, avrebbe bisogno di ingegneria militare prima ancora che di retorica diplomatica. Il capitolo più delicato resta però il nucleare. I bombardamenti americani su Fordow, Natanz e Isfahan non hanno “azzerato” le capacità iraniane, nonostante i proclami di Trump. Se davvero il programma atomico fosse stato cancellato, Washington non chiederebbe oggi a Teheran di smantellare definitivamente quegli impianti. Il nodo dell’uranio arricchito resta irrisolto: Washington vuole portarlo fuori dalla Repubblica islamica; Teheran rifiuta; Mosca si offre come possibile custode alternativo. Anche sulla moratoria atomica le distanze restano profonde: vent’anni nella proposta americana, cinque nella risposta iraniana, con l’ipotesi di un compromesso intermedio. E poi c’è Israele. Se i Paesi arabi sono spaventati dall’idea che la guerra riparta, Israele sembra terrorizzato dall’idea opposta: che debba fermarsi prima di aver prodotto il risultato massimo. Netanyahu ha militarizzato il discorso politico dello Stato ebraico fino a bloccarlo dentro una sola grammatica: la guerra come unica via di sicurezza, la forza come unico linguaggio, l’escalation come unica garanzia. Ma il piano di attacco non ha ottenuto ciò che prometteva. L’Iran è stato colpito, ma non spezzato. Anzi, ha dimostrato di avere doti belliche superiori alle previsioni. Per questo Israele guarda all’Intesa di Islamabad con inquietudine. Teme di essere marginalizzato da un accordo tra Washington, Teheran e mediatori regionali, che la salvaguardia del Libano entri nel pacchetto negoziale, che l’Iran ottenga tempo, risorse e spazio strategico. Ed ecco che viene previsto un cuscinetto temporale. Sessanta giorni di sospensione delle ostilità, dunque, per permettere a Trump di rivendicare un risultato, all’Iran di non apparire sconfitto, al Golfo di rimettere in movimento petroliere ed economie, a Israele di prendere tempo senza sentirsi del tutto vincolato. Ma proprio per questo la tregua resta fragile: perché non nasce da una convergenza strategica, ma da una somma di convenienze provvisorie. Per cui l’accordo può diventare l’inizio di un nuovo equilibrio o solo la mappa preliminare del prossimo conflitto.