Dagli Stati Uniti un ottimismo con il dito sul grilletto, dall’Iran prudenza. Washington e Teheran, secondo diversi media, avrebbero “concordato in linea di principio” gli aspetti principali per un intesa. Anche se per l’approvazione finale mancherebbe il via libera definitivo di Donald Trump e Mojtaba Khamenei. “O raggiungeremo un buon accordo - ha detto il segretario di Stato Usa Marco Rubio oppure dovremo trovare un’altra soluzione”. E “preferiremmo raggiungere un buon accordo”. "Il presidente non concluderà un cattivo accordo, quindi vediamo cosa succede - ha detto ancora Rubio -. Daremo alla diplomazia ogni possibilità di successo prima di esplorare le alternative”.Quest’accordo in via di definizione, ha aggiunto ancora il segretario di Stato Usa, riconoscerà sempre a Israele “il diritto” di difendersi. Una specifica che risponde ai “timori” israeliani su un eventuale venir meno dell'appoggio statunitense nella guerra contro Hezbollah.Ma di fronte all’ottimismo minaccioso di Rubio, in Iran l’agenzia di stampa statale Tasnim scrive che, “nonostante alcuni colloqui, l'ostruzionismo statunitense persiste su alcune clausole dell'accordo, tra cui la questione dello sblocco dei beni iraniani congelati". Si tratta di questioni "non ancora risolte" e "di conseguenza, al momento c'è ancora la possibilità che non si raggiunga un accordo”.Il punto cruciale resta la capacità di arricchimento dell’uranio. Per Washington, Teheran dovrebbe accettare limiti stringenti al programma nucleare civile, riducendo drasticamente le scorte già accumulate e sottoponendosi a controlli più penetranti dell’Aiea, così da allontanare ogni sospetto di una corsa alla bomba atomica. In cambio, gli Stati Uniti sarebbero pronti ad alleggerire parte delle sanzioni economiche e a sbloccare progressivamente i capitali iraniani congelati all’estero.Per la Repubblica islamica, però, l’arricchimento resta un diritto non negoziabile e ogni concessione dovrebbe essere accompagnata da garanzie concrete e immediate sul piano economico. Il timore di Teheran è che un’intesa possa rivelarsi fragile, esposta a un cambio di linea politica americana come avvenne con il ritiro unilaterale di Trump dal patto del 2015.Ma mentre il tycoon spera di raggiungere un accordo il prima possibile, la base repubblicana è scontenta per i termini di un’intesa che, secondo i più critici, fa molte concessioni all’Iran. C’è il senatore del Lindsey Graham, molto vicino a Trump, che dice: “Se nella regione si percepisse che un accordo con l’Iran permette al regime di sopravvivere e diventare più potente nel tempo, avremo gettato benzina sui conflitti in Libano e in Iraq”. Per poi aggiungere: “Viene da chiedersi perché la guerra sia iniziata”. ll senatore texano Ted Cruz si è detto fortemente inquieto dall’ipotesi di un’intesa che, a suo avviso, rischierebbe di rafforzare un regime che considera estremista, lasciandogli margini per proseguire nell’arricchimento dell’uranio. Cruz ha parlato di una scelta potenzialmente “disastrosa”, sottolineando inoltre il peso strategico che Teheran continuerebbe a esercitare sullo stretto di Hormuz, snodo cruciale per gli equilibri energetici globali. E poi c’è l’ex segretario di Stato repubblicano, Mike Pompeo. Che pur in rotta di collisione con Trump dal giorno dell’assalto a Capitol Hill, nel 2021, continua a essere una voce ascoltata. “Pagare i pasdaran per costruire un programma di armi di distruzione di massa con cui terrorizzare il mondo”, è stato il suo commento. La replica della Casa Bianca: “Chiudi quella stupida bocca”.