Si va verso l'accordo possibile tra l'Iran e gli Stati Uniti, un accordo al ribasso che permetterà a Donald Trump di uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato in questi mesi. L'intesa è ancora da finalizzare, ma sarà comunque lontana dagli obiettivi posti al momento dell'abbandono dell'accordo nucleare nel 2018: non solo l'interruzione del programma nucleare, ma l'eliminazione del programma missilistico e la fine di ogni sostegno alle milizie alleate in Medio Oriente.

Ora l'urgenza è riaprire lo Stretto di Hormuz, per limitare l'inflazione per i consumatori americani ed evitare carenze di risorse energetiche per i Paesi alleati in tutto il mondo. Serve qualcosa da presentare come una vittoria almeno parziale, che dovrebbe tradursi in un impegno a negoziare lo spostamento e la diluizione dell'uranio già arricchito come proposto da Teheran già qualche settimana fa. E poi una moratoria sull'ulteriore arricchimento per i prossimi anni. In cambio, l'Iran vuole il decongelamento dei propri fondi all'estero, una condizione che ha già scatenato il fuoco amico verso la Casa Bianca.I FRONTI L'ex segretario di Stato Mike Pompeo ha tuonato contro l'accordo in vista, descrivendolo come un modo di «pagare la Guardia rivoluzionaria per costruire un programma di armi di distruzione di massa e terrorizzare il mondo». Altri conservatori chiedono al presidente di «completare il lavoro», attraverso una ripresa dei bombardamenti per distruggere la capacità militare iraniana e, se necessario, anche quella energetica sull'isola di Kharg. Trump non è immune a questi appelli, come alle richieste bellicose di Benjamin Netanyahu, che verosimilmente farà il possibile per sabotare l'intesa. Per il premier israeliano il rischio è una sconfitta strategica, lo stop alle operazioni in Libano e la sopravvivenza seppur congelato del programma nucleare di Teheran. Ma il presidente americano ha già perso l'opinione pubblica e comincia a cedere terreno anche nella maggioranza repubblicana al Congresso: il Senato ha approvato una risoluzione per fermare la guerra e il presidente della Camera, Mike Johnson, evita di tenere una nuova votazione temendo un esito analogo. Trump potrà porre il veto, ma cresce l'attrito con il proprio partito, con conseguenze imprevedibili nei prossimi mesi. LE GUARDIE RIVOLUZIONARIE Visto da Teheran, è un compromesso accettabile. Tra gli obiettivi principali c'è il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto, che di fatto esiste già, considerando la necessità di negoziare con le autorità iraniane e l'impianto emergente di una gestione congiunta del passaggio con l'Oman; inoltre, tutti sono consapevoli della nuova carta pesante in mano alla Guardia rivoluzionaria. È qui, infatti, che risiede il vero potere nel Paese, con il generale Ahmad Vahidi a capo di un gruppo ideologico ma non fanatico al punto da combattere fino al martirio. I leader sono pronti ad accettare decisioni pragmatiche per poter sopravvivere e mantenere la propria posizione interna. Anche loro hanno bisogno di dichiarare vittoria, cosa che potranno fare con concessioni limitate sul tema nucleare e con la richiesta fondamentale di allentare le sanzioni economiche. Infine, si chiede un impegno da parte di Stati Uniti e Israele a non attaccare più, un modo per dimostrare la solidità del regime nonostante la potenza di fuoco mobilitata contro il Paese.La strada verso un accordo stabile è ancora accidentata, ma i vantaggi sono chiari: l'Iran potrà uscire dall'isolamento, mentre Trump mira a salvare il salvabile dopo una mossa avventata che ha indebolito la posizione degli Stati Uniti nel mondo. Hormuz, Grimaldi: «Siamo stufi degli annunci, non ci illudiamo più. Senza certezze restiamo fermi»