Dopo mille giravolte, l’intesa Usa-Iran c’è. È fragile, stretta nella morsa degli umori di Donald Trump, dell’arroganza delle Guardie rivoluzionarie iraniane e della volontà del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di far saltare il banco, continuando ad attaccare e occupare il Libano. Il Medio Oriente potrebbe riesplodere. Eppure non mancano motivi per sperare in una tregua duratura.

È sempre facile scommettere sul riaccendersi della violenza in Medio Oriente. Le condizioni strutturali puntano invariabilmente nella stessa direzione: dal revisionismo israeliano all’intransigenza iraniana, dall’autoritarismo delle potenze regionali alla fragilità degli altri Stati del Levante. Questa volta, le ragioni sono fin troppe. Il memorandum d’intesa non è che il primo passo di un negoziato complesso, in cui Washington e Teheran perseguono obiettivi divergenti e la fiducia reciproca, già ai minimi, è sprofondata ulteriormente dopo che gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran per due volte nel corso delle trattative.

Che di Trump non ci si possa fidare l’hanno capito tutti, inclusi coloro che si definivano suoi amici, come la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Figuriamoci Teheran. E Trump, con le sue costanti esternazioni che nel giro di poche ore promettono pace eterna e distruzione totale, continua ad alimentare sfiducia e incertezza.