Gli Usa firmano un accordo trappola con quei 300 miliardi per «ricostruire» l'Iran Vance minimizza: «Nessun fondo verrà sbloccato se non manterranno gli impegni»
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Il memorandum firmato da Stati Uniti e Iran per cessare le ostilità in Medio Oriente è strutturalmente debole, non offre alcuna garanzia di sicurezza per l’Occidente e solleva interrogativi importanti tanto sulla strategia finora adottata da Trump quanto sul mutamento dei rapporti fra grandi potenze. La superiorità militare di Washington si è scontrata con il ricatto di Teheran, che attraverso lo Stretto di Hormuz è nuovamente riuscita a piegare un Occidente stressato dalla crisi economica e dal peso delle opinioni pubbliche. La precarietà dell’accordo passa anzitutto sulla grande assenza di Israele, uno dei tre attori coinvolti nel conflitto. Il governo di Gerusalemme non è stato né direttamente coinvolto nelle fasi negoziali né citato nei 14 punti dell’intesa, nonostante questi riguardino anche il fronte libanese. Tema su cui, però, il premier Netanyahu ha chiarito di non voler indietreggiare rispetto alla minaccia Hezbollah.
Questo particolare sottolinea implicitamente il rifiuto iraniano di riconoscere la legittimità dello Stato ebraico e quindi l’intenzione di non arretrare nello scopo di distruggerlo attraverso i proxy e il proseguo del programma nucleare. In questo senso, «l’impegno» della Repubblica Islamica a non procurarsi né a sviluppare armi atomiche, più volte violato, dev’essere letto come l’ennesima farsa utile solo a prendere tempo per restaurare le proprie infrastrutture. A queste condizioni, futuri scontri saranno inevitabili, a prescindere da qualsiasi clausola di rispetto della «sovranità territoriale» pattuita fra i firmatari.












