Donald Trump l’ha definito un accordo «storico». Probabilmente lo è davvero, ma non nel senso immaginato dalla Casa Bianca. Fino a poche settimane fa il presidente americano parlava apertamente della possibilità di un cambio di regime a Teheran. Dai messaggi rivolti direttamente agli iraniani alle allusioni sull’imminente collasso della Repubblica islamica, Washington lasciava intendere che la guerra avrebbe potuto aprire la strada a un nuovo ordine politico. Oggi, invece, la stessa amministrazione firma un memorandum che non soltanto lascia in piedi il sistema di potere iraniano, ma ne favorisce la riabilitazione economica e diplomatica.
L’accordo firmato dal presidente statunitense a Versailles, alla fine di una cena con l’omologo francese Emmanuel Macron, rischia infatti di passare alla storia come una delle più pesanti sconfitte diplomatiche americane degli ultimi decenni. Arriva dopo mesi di guerra, dopo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e di gran parte dei vertici militari iraniani, e dopo una campagna presentata come necessaria per fermare definitivamente le ambizioni nucleari di Teheran. Eppure, leggendo i quattordici punti del memorandum, si fatica a individuare una vera vittoria americana.












