Donald Trump ha annunciato di aver firmato il memorandum che dovrebbe portare la pace tra Stati Uniti e Iran e porre fine alla guerra. Il documento, sottoscritto a Versailles e successivamente trasmesso a Teheran, avrebbe dovuto essere seguito da una nuova tornata di colloqui in Svizzera con la mediazione di Pakistan e Qatar. Nelle ultime ore, però, il vicepresidente statunitense JD Vance ha annullato il viaggio previsto per il 19 giugno e gli incontri sono stati rinviati a data da destinarsi.Il contenuto dell'accordo racconta una storia particolare. Le bozze circolate nelle ultime ore prevedono infatti la riapertura dello Stretto di Hormuz, il progressivo alleggerimento delle sanzioni economiche e l'apertura di una nuova finestra negoziale sul programma nucleare iraniano. Proprio quest'ultimo punto, che aveva contribuito ad alimentare l'escalation tra Washington e Teheran, viene però sostanzialmente rinviato a una fase successiva.Per certi aspetti , il memorandum sembra riportare le parti a una situazione non troppo distante da quella precedente alla guerra. La principale differenza riguarda la prospettiva di un alleggerimento delle sanzioni e la riapertura di alcuni canali economici, ponendo, di fatto, la Repubblica Islamica dell’Iran in una posizione quasi vincitrice in questo conflitto. Tuttavia, più che una pace definitiva, il documento appare come un accordo pensato per congelare la crisi e creare le condizioni per una nuova fase negoziale.Il contenuto dell'intesa non è l'unico elemento ad aver attirato l'attenzione. Se l'accordo sembra costruito soprattutto per guadagnare tempo, la modalità con cui è stato formalizzato ha aperto una discussione diversa. Una firma in un luogo, la trasmissione del documento in un altro, i negoziati in un terzo. Una sequenza insolita che sembra raccontare qualcosa di più ampio del solo rapporto tra Stati Uniti e Iran.Non è un trattatoLa prima precisazione arriva da Luigi Daniele, docente di Diritto internazionale all'Università del Molise e specialista in diritto dei conflitti armati. “Bisogna tenere presente che questo accordo non è come un trattato. È un accordo politico, non ha un immediato valore giuridico”.La distinzione non è secondaria. Una parte del dibattito pubblico si è concentrata sulla firma e sulla sua validità, ma secondo Daniele il punto centrale non è tanto la natura tecnica della procedura utilizzata quanto il tipo di documento che le parti hanno sottoscritto.A differenza di un trattato internazionale, che produce effetti giuridici definiti e segue procedure codificate, il memorandum tra Washington e Teheran appare più vicino a un'intesa politica, una cornice entro cui sviluppare negoziati successivi. Per questo motivo interrogarsi esclusivamente sulla validità della firma rischia di spostare l'attenzione dalla questione principale.Le firme elettroniche non sono una novitàSe l'immagine di un accordo trasmesso digitalmente tra Washington e Teheran può apparire inedita, la tecnologia che la rende possibile non lo è affatto.Da oltre vent'anni il diritto internazionale lavora per riconoscere validità giuridica alle comunicazioni elettroniche transfrontaliere. Nel 2005 l'Assemblea generale delle Nazioni unite ha adottato la Convenzione delle Nazioni unite sull'uso delle comunicazioni elettroniche nei contratti internazionali, elaborata dalla Commissione Onu per il diritto commerciale internazionale (Uncitral), con l'obiettivo di garantire che documenti e comunicazioni digitali potessero produrre gli stessi effetti giuridici delle loro controparti cartacee. In sostanza, il principio è semplice: un documento elettronico non dovrebbe valere meno di uno cartaceo soltanto perché non esiste su carta.È però significativo osservare il contesto in cui nasce questo quadro normativo. L'obiettivo non era ridefinire la diplomazia o gli accordi di pace, ma facilitare il commercio internazionale, ridurre gli ostacoli burocratici e permettere alle imprese di operare in un mercato sempre più digitalizzato.Le infrastrutture che oggi rendono possibile formalizzare a distanza un'intesa tra stati sono state costruite per risolvere problemi legati agli scambi commerciali, non per sostituire i rituali della diplomazia. La tecnologia, quindi, non è la novità. La novità è il contesto in cui quella tecnologia viene utilizzata.La smaterializzazione della diplomaziaPer secoli la diplomazia internazionale si è basata sulla presenza fisica. I negoziati si svolgevano nello stesso luogo, gli accordi venivano firmati davanti alle telecamere e la stretta di mano tra le delegazioni rappresentava il momento simbolico della conclusione di una crisi. Non si trattava soltanto di una mera formalità. La dimensione rituale della diplomazia serviva a rendere visibile un impegno politico e a costruire fiducia tra le parti.L'accordo tra Stati Uniti e Iran sembra inserirsi in una fase diversa. La firma, la trasmissione del documento e l'incontro tra le delegazioni non coincidono più necessariamente nello stesso spazio e nello stesso momento. È una trasformazione che riflette cambiamenti più profondi nelle infrastrutture attraverso cui gli Stati comunicano e negoziano.“Per secoli è stata messa in scena la pace. Il negoziato era un momento importante, c'era la stretta di mano, la firma visibile, quindi un impegno personale e un contatto diretto tra i diplomatici o i ministri. Invece in questo caso assistiamo a quella che è la smaterializzazione della diplomazia, che diventa digitale e apre scenari nuovi e inediti”, spiega Annita Larissa Sciacovelli, docente di Diritto internazionale all'Università di Bari ed esperta di cybersecurity.Questa trasformazione riguarda sia il modo in cui vengono firmati i documenti sia il luogo stesso in cui prende forma il negoziato. Una parte crescente delle relazioni internazionali si sviluppa oggi attraverso sistemi di comunicazione cifrati, piattaforme di condivisione documentale e ambienti virtuali protetti.“Nasce quella che è la diplomazia digitale, un ecosistema strutturato in cui anche il diritto internazionale deve adeguarsi" continua Sciacovelli. "Si utilizzano sistemi di messaggistica criptata end-to-end, vengono create stanze virtuali protette e la sicurezza informativa diventa fondamentale. Non soltanto per evitare fughe di notizie, ma anche per impedire manipolazioni o alterazioni dei documenti. La validità sostanziale dell'accordo dipende sempre di più dalla sicurezza delle infrastrutture che lo ospitano”.Il risultato è che la tecnologia smette progressivamente di essere uno strumento neutrale. Le infrastrutture digitali diventano parte integrante del processo diplomatico e contribuiscono a definirne tempi, modalità e limiti. “Il digitale non è più uno strumento ma uno spazio in cui l'accordo prende forma”.Il problema della fiduciaSe il digitale diventa lo spazio in cui si svolge una parte crescente della diplomazia, la sicurezza delle comunicazioni assume un'importanza che fino a pochi anni fa era marginale. La questione non riguarda soltanto la riservatezza delle informazioni, ma l'autenticità stessa del processo negoziale.Negli ultimi anni la diffusione di strumenti di intelligenza artificiale generativa e tecniche sempre più sofisticate di manipolazione delle immagini ha reso più fragile la distinzione tra informazione autentica e informazione alterata. È una trasformazione che riguarda anche le relazioni internazionali.“Siamo di fronte a una guerra digitale ma anche a una guerra dell'informazione. La Corte di giustizia dell'Unione europea, nel caso Rt France contro il Consiglio dell'Unione europea, ha affermato che la disinformazione è una nuova arma negli arsenali degli Stati. Questo incide anche sulla diplomazia", spiega Sciacovelli. "Se parliamo di deepfake e manipolazione dei contenuti digitali, diventa più vulnerabile perfino il simbolo politico della firma e dell'accordo, perché non possiamo più dare per scontato che ciò che vediamo corrisponda necessariamente alla realtà”.In questo senso la digitalizzazione della diplomazia introduce anche nuove vulnerabilità e nuove forme di dipendenza tecnologica che gli Stati sono chiamati a gestire.Quando il controllo non richiede più la presenzaLa stessa dinamica può essere osservata sul piano militare. Gran parte delle categorie giuridiche che regolano i conflitti armati sono state elaborate in un contesto in cui esercitare il controllo significava essere fisicamente presenti sul territorio. Soldati, basi militari e occupazioni territoriali rappresentavano la manifestazione concreta del potere.Negli ultimi vent'anni questa relazione tra presenza e controllo è diventata molto più complessa. L'uso crescente di droni armati, sistemi di sorveglianza satellitare e tecnologie autonome consente infatti di esercitare forme di controllo sempre più pervasive senza la necessità di una presenza permanente sul terreno.“L'aspetto veramente decisivo di tutta la vicenda è il passaggio dalla prossimità fisica al remoto”, osserva Luigi Daniele. “Tutto il dibattito sui droni durante l'era Obama ruotava già attorno alla crisi dei sistemi tradizionali di attribuzione delle responsabilità. Oggi quel dibattito si è spostato sui sistemi d'arma autonomi e sulle conseguenze che queste tecnologie hanno per il diritto internazionale”.Il nuovo tema centrale, quindi, è il modo in cui il diritto interpreta il concetto stesso di controllo e non solo il modo in cui viene esercitata la forza militare.Gaza come laboratorio del controllo remotoSecondo Daniele uno degli esempi più significativi di questa trasformazione è rappresentato da Gaza.Negli ultimi anni il dibattito giuridico internazionale si è interrogato sulla natura del controllo esercitato da Israele sul territorio palestinese. Una parte della dottrina ha sostenuto che il ritiro delle truppe terrestri nel 2005 avrebbe modificato la natura dell'occupazione. Altri studiosi hanno invece sottolineato il ruolo svolto dal controllo dei confini, dello spazio aereo, dei flussi di persone e delle infrastrutture essenziali, una lettura che trova alcuni elementi di riscontro anche nel parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2024.“Gaza diventa il caso paradigmatico di occupazione tramite mezzi remoti. Con droni in volo permanente, sorveglianza satellitare e sistemi di intelligenza artificiale che contribuiscono all'identificazione degli obiettivi, si può esercitare un livello di controllo che fino a pochi anni fa avrebbe richiesto una presenza militare molto più estesa. Il problema è che il diritto internazionale è stato costruito attorno all'idea che il controllo implichi presenza fisica. Oggi questa relazione non è più così evidente”.Per Daniele il punto centrale riguarda le responsabilità che derivano da quel controllo. "In uno scenario di futuro prossimo un'occupazione militare potrebbe dispiegarsi esclusivamente attraverso sistemi di armi autonome e controllati da remoto. La domanda diventa allora se le potenze che esercitano quel controllo continueranno ad avere gli stessi obblighi che il diritto internazionale attribuisce a una potenza occupante oppure se l'uso di queste tecnologie finirà per erodere progressivamente quelle responsabilità".Una nuova grammatica delle relazioni internazionaliQuando Sciacovelli parla di un “cambio della grammatica delle relazioni internazionali” si riferisce alla trasformazione delle regole implicite attraverso cui gli Stati comunicano, negoziano e gestiscono i conflitti.Il memorandum tra Stati Uniti e Iran probabilmente non verrà ricordato come il primo accordo firmato a distanza della storia contemporanea. Le tecnologie che hanno reso possibile la sua circolazione esistevano già, così come gli strumenti giuridici necessari a riconoscerne la validità.Ciò che rende interessante questa vicenda è piuttosto il modo in cui mette insieme fenomeni che fino a pochi anni fa apparivano separati. Una crisi segnata da droni, sorveglianza, comunicazioni digitali e negoziati condotti attraverso infrastrutture tecnologiche si conclude con un documento firmato in un luogo, trasmesso in un altro e discusso diplomaticamente in un terzo.Più che inaugurare una nuova era della diplomazia, l'accordo tra Washington e Teheran offre una delle immagini più nitide di come stiano cambiando le relazioni internazionali nel XXI secolo.