Una tregua e tanta confusione. Ci vorrà tempo per consolidare l'accordo raggiunto da Stati Uniti e Iran, che nasce fragile per stessa ammissione del vice-presidente americano J.D. Vance e con diverse zone d'ombra. Ma anche così, appeso a un filo, è servito a far tirare un sospiro di sollievo al mondo e soprattutto ai mercati, con le Borse in rialzo e il prezzo di greggio e gas in discesa. L'economia globale aveva bisogno di una buona notizia. Venerdì, a Islamabad, capiremo se tanta fiducia sarà stata ben riposta. I nodi, e le insidie, non mancano. Vediamo quali.

I dieci punti di Teheran che erano stati giudicati inaccettabili dall'amministrazione americana, un'ora prima della scadenza dell'ultimatum di Trump sono diventati improvvisamente «una base praticabile per i negoziati». Parole del presidente. Ma le versioni dell'intesa non coincidono e ciascuno degli attori le sta interpretando a modo suo. Nel testo in lingua farsi si fa riferimento all'arricchimento dell'uranio, in quello in inglese si glissa. Tra le condizioni poste da Teheran c'è il ritiro delle truppe americane dalla regione, chiaramente irricevibile da Washington. E ancora il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, l'allentamento delle sanzioni e le compensazioni per i danni dei bombardamenti. Trump sembra disposto a discutere delle sanzioni ma, dopo aver accusato Barack Obama di aver dato all'Iran 1,7 miliardi di dollari in contanti, difficilmente si esporrà all'accusa di finanziare il regime degli ayatollah, in una versione più o meno integralista della precedente.